Storia del dazio sul macino
di Mauro Terracciano
Napoli 6 luglio 2016
La nostra storia comincia nel 1826, quando le Due Sicilie versavano in una situazione economica e finanziaria preoccupante: il Paese si era ritrovato indebolito dopo l’esperienza costituzionale del 1820-21 e doveva accollarsi le spese per il mantenimento delle truppe austriache, entrate nel Regno per reprimere la rivoluzione e ristabilire l’ordine.
Francesco I , con decreto del 28 maggio 1826 , imponeva nei domini continentali il dazio sulla macinazione dei grani ( o tassa sul macinato) al costo di sei grana a tomolo. Il Re contava di raggranellare con questa imposizione circa un milione trecentoventimila ducati annui. Da questo stesso decreto apprendiamo che tale dazio era giAi?? presente in comuni sotto il nome di ”civico”. In Sicilia il ”regio dazio” sul macino ( detto anche ”fiscale”) era presente da prima del 1824. Proprio l’isola tra il 1838 e il 1842 fu teatro di grandi riforme per la tassa sul macinato : con il reale decreto del 17 Dicembre 1838 Re Ferdinando II ribassava il dazio ”fiscale” sul macino portandolo a tarAi?? 9 e grana 12. Fu inoltre abolito il sistema di esazione detto ”rurale” che gravava sulle popolazioni rurali. Questo taglio sulla tassa non avrebbe dovuto nelle intenzioni del legislatore gravare sul bilancio grazie al contratto per gli zolfi siciliani stipulato con Taix Aycard. Palese A? l’obiettivo del Re di non penalizzare agricoltori e grandi proprietari : entrambe le classi infatti malsopportavano il dazio sul macinato, la prima perchA? questa tassa colpiva il basilare elemento di sussistenza, la seconda per la grande quantitAi?? di grano che portava a macinare. Gli unici centri che non rientravano nella riforma erano Palermo, Messina, Catania e Caltagirone , ove il tenore di vita dei contadini era piA? alto. Altro proponimento del presente decreto era emanare istruzioni provvisorie per quei comuni nei quali era in vigore l’abolito metodo rurale. Queste regole transitorie perA? non furono mai promulgate. Nel 1842 ci furono nuove riforme, che portarono il dazio ”regio” e quello ”civico” a essere accorpati in un’unica tassa.
Nel 1847 Ferdinando II per rispondere alla ”Protesta” di Settembrini abolAi?? nei domini continentali il dazio ”fiscale” sul macino, che aveva giAi?? dimezzato quando era salito al trono, pose un tetto al dazio ”civico” e ridusse di un terzo la tassa in Sicilia. Questa notizia A? riportata dal Nisco, mentre Harold Acton e Michele De Sangro parlano solo del dazio ”fiscale”. Nel 1848 il governo rivoluzionario siciliano abolAi?? il dazio sul macino; tornata l’autoritAi?? borbonica sull’isola l’anno dopo, il dazio fu riattivato su proposta di Carlo Filangieri, allora Luogotenente del Re in Sicilia. Le casse siciliane erano esauste e quindi Re Ferdinando fu costretto a inserire una sovraimposta sul dazio di mezzo tornese a tomolo. Re Francesco II la dimezzA? con il reale decreto del 27 Febbraio 1860. ArrivA? Garibaldi, il quale abolAi?? la tassa sul macinato sia in Sicilia che sul continente.La gioia dei contadini per l’abolizione del dazio sul macinato durA? poco, perchA? il governo italiano nel 1868 lo reintrodusse per perseguire il pareggio del bilancio. Questa perA? A? un’altra storia, che vi racconterA? presto.


