Come tutti i simboli nazionali, lai??i??inno dovrebbe rappresentare la sintesi della storia, della cultura, dellai??i??identitAi?? e del genio di un popolo. Tale era appunto lai??i??Inno del Re, commissionato nel 1787 da Ferdinando IV di Borbone a Giovanni Paisiello e adottato come Inno del Regno delle Due Sicilie nel 1816. Come altri frammenti preziosi dellai??i??identitAi?? meridionale, lai??i??Inno di Paisiello era quasi introvabile e soprattutto ne mancava una versione completa delle parole.
Letteralmente scomparso dopo la conquista del Regno, nel corso degli anni lai??i??Inno del Re A? stato persino oggetto di disinformazione storica, quando ne fu messa in discussione la paternitAi??, confondendo Paisiello con Cimarosa.
Il 14 febbraio 1861, sugli spalti di Gaeta, risuonarono per lai??i??ultima volta le note dellai??i??Inno di Paisiello, solenne ma mesto saluto al re Francesco II e alla regina Maria Sofia che si imbarcavano sul legno francese ai???Mouetteai??? verso lai??i??esilio. Da quel momento, dopo la conquista armata e la nascita del nuovo Stato, la fanfara reale dei Savoia, scritta da Giuseppe Gabetti nel 1831, fu elevata al rango di inno nazionale, in linea con quellai??i??opera di piemontesizzazione operata in maniera tanto grossolana quanto capillare. Essa rimase in vigore fino al 1943, anche se, a partire dal 1922, venne affiancata dall’inno del partito nazionale fascista, ai???Giovinezzaai???, nelle esecuzioni pubbliche.Il 12 ottobre 1946, con lai??i??avvento della Repubblica e lai??i??esilio di Umberto II di Savoia, la marcia piemontese fu sostituita dal ai???Canto degli Italianiai??? come inno della Repubblica Italiana. Musicato da Michele Novaro su parole del mazziniano Goffredo Mameli, fu composto nel 1847 per celebrare il centenario della cacciata degli Austriaci da Genova. Lai??i??inno, piA? conosciuto come Fratelli dai??i??Italia, fu scelto tra diverse proposte, alcune delle quali di maggiore valore musicale e poetico, perchAi?? esso sintetizzava sia la continuitAi?? con lo spirito risorgimentale sia lai??i??ispirazione repubblicana. Curiosamente, nella Costituzione Italiana, mentre si indica il tricolore come bandiera nazionale, non si fa cenno allai??i??inno di Mameli tra i simboli dello Stato.
ai???Lai??i?? Inno del Reai???, di Paisiello fu ritrovato in un fondo di spartiti appartenuti alla famiglia del Principe Folco Ruffo di Palazzolo (1801-1848), che fu ambasciatore delle Due Sicilie a Torino ed in Svizzera. Il breve testo veniva eseguito durante le cerimonie di rappresentanza:
Iddio conservi il Re
per lunga e lunga etAi??
come nel cor ci sta
viva (Fernando) il Re!
Iddio lo serbi al duplice
trono dei Padri suoi
Iddio lo serbi a noi!
viva (Fernando) il Re!
Il nome riportato nel testo, cambiava ogni volta che veniva incoronato un nuovo sovrano. Questa riportata A? la prima versione dell’inno, dove “Fernando” fa riferimento al Regno di Ferdinando I delle Due Sicilie. La seconda strofa fa intendere che l’inno A? stato composto prima della formazione del Regno delle Due Sicilie (1816), quando i due regni (serbAi?? al duplice trono) erano separati in Regno di Napoli e Regno di Sicilia. La partitura prevede lai??i??esecuzione con due parti di canto: soprano e basso, mentre gli strumenti utilizzati sono: flauti, clarinetti in do, oboi, corni in fa, trombe in do, fagotto e serpentone.
Giovanni Paisiello
Giovanni Paisiello (Roccaforzata, Taranto, 9 maggio 1741 – Napoli, 5 giugno 1816), iniziA? gli studi musicali a Taranto, li proseguAi?? poi a Napoli presso il Conservatorio di S.Onofrio a Capuana, prima con Francesco Durante, poi con Carlo Catumacci e Gerolamo Abos.I primi successi da compositore, piA? precisamente da operista, li ottenne a Bologna, dove debuttA? con ai???Il ciarloneai???(1764), e poi Modena, Verona, Venezia. Rientrato a Napoli nel 1766, ottiene il suo primo trionfo napoletano nel 1767 con ai???Lai??i??idolo cineseai???. Del 1768 sempre a Napoli compone ai???Il mondo della lunaai???. Paisiello accettA? nel 1776 lai??i??invito dellai??i??imperatrice Caterina II di Russia a recarsi a Pietroburgo per occupare il posto di maestro di cappella, qui compose lai??i??opera seria ai???Nittetiai??? (1777), ai???I filosofi immaginariai??? (1779), ai???La serva padronaai???, sullo stesso libretto giAi?? musicato da Pergolesi, ai???Il barbiere di Sivigliaai??? sul testo di Giuseppe Petrosellini, tratto da Beaumarchais. Paisiello abbandonA? la Russia nel 1784.
Rientrato a Napoli dopo un soggiorno a Vienna, fu nominato Maestro di Cappella di Ferdinando IV di Borbone. Nel 1787 gli fu commissionato lai??i??Inno delle Due Sicilie. Dopo le vicissitudini derivate dai cambiamenti politici e dinastici, arrivA? nel 1802 alla corte di Napoleone che lo trattA? munificamente. A Parigi Paisiello dirigeva la musica di corte alle Tuileries ma non ebbe successo con il pubblico parigino che accolse freddamente la sua opera ai???Proserpinaai???.
Nel 1803, egli richiese e con difficoltAi?? ottenne il permesso di ritornare in Italia a Napoli dove si spegnerAi?? il 5 giugno del 1816.
Le opere di Paisiello (se ne conoscono 94) abbondano di melodie, la cui bellezza leggiadra A? tuttora caldamente apprezzata. Forse la piA? conosciuta tra queste arie A? ai???Nel cor piA? non mi sentoai??? dalla ai???Molinaraai???, immortalata anche nelle variazioni di Beethoven. La sua musica sacra fu molto voluminosa, comprendendo ben 8 messe, oltre a numerosi lavori minori: produsse anche 51 composizioni strumentali e svariati pezzi separati. A? ritenuto uno dei piA? importanti compositori del ai???700 e la sua opera ha influenzato Mozart.



1 Comment
vorrei brevemente far presente che Giovanni Paisiello non ha mai scritto il famoso inno borbonico ma Domenico Cimarosa. l’equivoco nacque proprio perché Cimarosa, che era l’autore dell’inno, si macchió di alto tradimento partecipando attivamente alla rivoluzione del 1799, tanto che venne esiliato. Appare evidente che sarebbe stato sconveniente modificare un inno nazionale ormai conosciuto e apprezzato da tutti. Pertanto si preferí attribuire l’inno al massimo musicista vivente (Cimarosa morí a Venezia nel 1801) pienamente riabilitato ( o almeno ufficialmente) dopo i moti del ’99. Quanto dico é facilmente dimostrabile in quanto Francesco Florimo – il padre della storiografia musicale napoletana- attribuisce a Domenico Cimarosa l’inno borbonico come cosa risaputa da tutti. E questo valga per la veritá storica.