Cosimo de Gioia ricorda don Massimo Cuofano: il discorso sui martiri di Pontelandolfo.

Senza nome3di Cosimo de Gioia

Bari, 12 agosto 2019

Carissimi Compatrioti,

in questo breve periodo di pausa dal lavoro, mi sono dedicato a studiare il pensiero di Don Massimo Cuofano attraverso l’analisi di alcuni suoi discorsi. Don Massimo, pur avendo una cultura molto profonda, non parlava da cattedratico, parlava a braccio, rendendo i suoi interventi interessanti sia per i significati che per le grandi emozioni che ci trasmetteva. Vi propongo la sbobinatura del potente e, nello stesso tempo, dolcissimo discorso che, nel 2012, Don Massimo tenne a Pontelandolfo per commemorare il vile eccidio del 14 agosto 1861. Buona estate.

Discorso pronunciato da Don Massimo Cuofano durante la commemorazione dei fatti luttuosi dell’eccidio di Pontelandolfo, il 14 agosto 2012. 

Abbiamo realizzato velocemente questo altare fatto di materiali naturali (pietre e legni raccolti nel bosco circostante) sul quale abbiamo posto la bandiera del Regno delle Due Sicilie. Don Luciano Rotolo questa mattina ci spiegava che l’otto dicembre si usava mettere la bandiera in tutte le chiese del Regno; la si poneva sopra l’altare e si celebrava la Messa perché c’era una profonda unione tra l’Altare e il Regno, tra il Trono e il Papa e la Chiesa. Anche noi abbiamo posto la bandiera su questo altare naturale: è un modo per commemorare i nostri morti di quella fatidica data del 1861 qui a Pontelandolfo ed anche per commemorare gli altri morti di quel tempo così lungo che ha visto unito tutto il popolo del Sud nella difesa della propria libertà. Con qualcuno si discuteva se potevamo stare bene o se potevamo stare male se vi fosse stato ancora il Regno delle Due Sicilie. Oltre ogni dubbio, però, a quell’epoca eravamo un popolo, eravamo liberi, avevamo una nostra identità. Oggi, invece, ci è stata negata non soltanto l’identità ma anche la memoria ed il ricordo dei nostri morti, anzi qualcuno vuol negare che vi siano stati quei morti. Noi siamo qui per ricordarli. Perché sull’altare abbiamo posto una lampada accesa? Quella lampada rappresenta coloro che hanno dato la vita. Il Vangelo ci insegna che chi dà la vita produce frutti. Loro hanno dato la vita, perciò qualcosa di buono l’hanno seminata. Forse sta a noi che abbiamo raccolto quel seme, continuare ad essere la luce di questa lampada per costruire per la nostra nazione, per il nostro Sud, un futuro migliore. Quale sarà il futuro migliore? Questo lo possiamo capire strada facendo, affermando i nostri ideali con il nostro impegno. Certamente è importante che tanti altri ancora sappiano di questa verità, che è stata negata, e di questi morti che tutti hanno voluto dimenticare. Che cosa è la Liturgia? Qualcuno può pensare che la Liturgia sia qualcosa di morto, qualcosa che è fuori dalla natura dell’uomo; invece la Liturgia è proprio il momento in cui l’uomo rende presente la vita, rende presente i propri ideali e la propria storia. Ecco, noi stiamo facendo un atto liturgico. Non è una Messa sacrificale come quella che celebriamo la domenica, ma anche questa è una Messa perché noi ricordiamo chi ha dato la vita per un’ideale, chi ha dato la vita perché pensava di rendere in quel modo un servizio buono e giusto: quello di renderci liberi. Noi abbiamo la capacità di essere liberi, ma per essere liberi dobbiamo fare della verità la nostra bandiera, perché è la verità che ci fa liberi. E allora faremo un attimo di silenzio per ricordare questi nostri morti; dopo reciteremo per loro una preghiera per affidarli al Padre del Cielo e per chiedere anche al Padre del Cielo che ci aiuti a continuare quello che i nostri morti hanno iniziato, cioè questa lotta per poter essere uomini liberi, uomini che vogliono decidere la propria vita, la propria esistenza. Prima di concludere con questa preghiera, che è stata scritta da un cappellano militare durante quei giorni fatidici dell’occupazione del Sud, poiché non c’è un monumento che ricordi i nostri morti, lo creeremo noi stessi. Loro sono stati una pietra, noi stessi saremo questa pietra per continuare la loro opera. Simbolicamente raccoglieremo, quanti di noi possano farlo, qualcuna di quelle pietre del bosco e le porteremo qui, ai piedi della bandiera per costruire il nostro monumento purché non sia un monumento “ai morti”, ma sia un monumento per la vita. Quella vita conformata anche ai discorsi che abbiamo ascoltato nella giornata di oggi, sull’esigenza di unirci perché forse da troppo tempo siamo divisi, da troppo tempo ci lasciamo prendere dai protagonismi e dalle identità sbagliate. Invece dobbiamo farci conquistare dalla nostra unica identità che è quella del nostro popolo e della nostra terra. Faremo un attimo di silenzio, prenderemo quelle pietre e le porteremo qui, ai piedi della bandiera. Poi reciteremo la preghiera che ricorda quegli anni della lotta del Sud. «Dio Onnipotente, dacci la forza di soffrire, di obbedire, di pugnare, contro l’empio invasore in difesa della Religione e del glorioso Reame delle Due Sicilie. Fa che presto gli usurpatori si allontanino dal sacro suolo della Patria nostra e che a quanti di noi sopravvivranno sia dato il gaudio di vedere restaurata la giustizia, ripristinato il benessere e restituita la serenità alle nostre sventurate famiglie». Insieme a Don Luciano impartiremo la benedizione ai nostri morti di quel 14 agosto 1861. La impartiremo per tutti i nostri morti del Sud: quelli del passato, ma anche quelli del presente. Tante volte i nostri poveri soldati muoiono in terra straniera perché hanno dovuto scegliere un lavoro anche obbligati dalla mancanza di opportunità. Ecco! Sono sempre vittime di questo colonialismo che ha distrutto la nostra libertà. Questa benedizione è per loro, ma è anche per i vivi perché sappiano costruire il nostro futuro senza divisioni, senza rancori, senza difficoltà, con la consapevolezza di compiere un dovere sacro per la nostra terra, sacro per il nostro popolo e sacro perché è un dovere che ci viene dettato dall’Alto. Il Signore sia con Voi, Vi benedica nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

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