Nel 1862 un episodio di brigantaggio a Ravello: quando Sir Reid dovette scappare da Villa Rufolo

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Francis Nevile Reid.

Nel 1862 un episodio di brigantaggio a Ravello: quando Sir Reid dovette scappare da Villa Rufolo

Ravello 15 aprile 2018  

di Cesare Calce*

Nel 1862 a Ravello si verificò un episodio di brigantaggio ai danni del più influente e importante personaggio di quel periodo nel paese: Sir Francis Nevile Reid. Ma prima di parlare di quell’episodio, vorrei fare un breve excursus storico sul brigantaggio, perché si tratta di un fenomeno estremamente complesso e sfaccettato, che spesso si presta ad interpretazioni frettolose e fuorvianti.Il termine “brigante” deriva da “briga” nel suo vecchio significato di compagnia, e briganti erano detti i soldati di ventura che in piccoli gruppi si spostavano da un luogo all’altro.

In realtà questo fenomeno richiama molto il mercenarismo, che era molto diffuso in Italia nei secoli XIV e XV. Erano bande armate comandate da un capo riconosciuto, che si mettevano al soldo del signorotto di turno, che doveva difendere il proprio feudo. Quest’ultimo normalmente stipendiava queste “compagnie d’armi” per difendere il suo latifondo e, questa sorta di polizia mercenaria, rispondeva personalmente dei furti che avvenivano nei territori di loro competenza. Questo faceva si che questi pseudo controllori dell’ordine pubblico, cercavano subito un accordo con i banditi e briganti del loro territorio, per spingerli a rubare nei territori contigui. Tra parentesi, questo mi ricorda molto il controllo del territorio operato dalla camorra attraverso le famiglie affiliate ai clan, che si dividono la città in zone di competenza per lo smercio della droga.

Ma ritornando al tema iniziale della nascita del brigantaggio, è fondamentale sottolineare come in questo contesto feudale, chi paga le spese più alte sono i contadini, e soprattutto i contadini del Sud, che dopo secoli di sottomissione e soprusi da parte di una classe nobiliare che già all’inizio dell’ “800” è in via di disfacimento, non può sperare in una legittima distribuzione delle terre , semplicemente perché in base alle leggi vigenti in materia di proprietà feudale, questi latifondi non possono essere divisi o quotizzati nemmeno in caso di vendita.

Questo comporterà, come ci informa Tommaso Pedio in «Il decennio francese in Puglia 1806-1815», che:

” quando in altri paesi della penisola italiana la proprietà feudale ha cessato di essere tale, essa rimane inalterata nella sua entità: anche se muta padrone, essa non viene dimezzata o polverizzata. I vecchi e i nuovi feudatari, coloro che hanno ereditato il feudo e coloro che lo hanno acquistato, non possono modificarlo o ridurne l’estensione.

In Italia meridionale il feudo è indivisibile: il diritto Franco che ne regola la successione e il trasferimento, sancisce che il feudo deve essere trasmesso unito, da primogenito a primogenito, e soltanto unito può essere venduto ed acquistato.

In altre regioni, invece, dove l’istituto feudale è regolato Iure Longobardorum, il feudo non è considerato un’unità indivisibile: esso viene trasmesso non al primogenito, cui spetta soltanto il titolo, ma a tutti gli eredi maschi del feudatario, per cui ridotto in proporzioni sempre minori, finisce per scomparire.”

In conseguenza di questo stato di cose, i baroni dei territori meridionali, acquisiscono una tale aura di intoccabilità derivante dagli estesi possedimenti fondiari, che i contadini non possono far altro che sottomettersi incondizionatamente alle angherie e soprusi di questi signori, subendo a testa bassa e senza qualsiasi forza di reazione, condizionati dalla paura, dall’ignoranza e dalla convinzione stessa della ineluttabilità di quanto loro accade.

Dopo le leggi sull’eversione delle feudalità del 1806, all’inizio del decennio francese infatti, i contadini che in punta di diritto dovrebbero ottenere la distribuzione delle terre, in realtà ancora nel 1879, non avevano nemmeno ottenuto la quotizzazione di quei terreni, perché i baroni e tutta la vecchia nobiltà decaduta, camaleonticamente si riciclarono come “galantuomini”(borghesia agraria) ed approfittando dei rivolgimenti politici in atto, acquisirono una posizione di privilegio.

Ai cosiddetti “cafoni” erano chiuse le porte per accedere alle cariche pubbliche sia per censo che per ignoranza, mentre quei meschini personaggi assunsero quasi automaticamente il governo delle amministrazioni locali, non da gestori della cosa pubblica, ma da proprietari, occupando non solo tutte le cariche amministrative, ma impossessandosi anche dei beni comunali e demaniali.

Gattopardianamente, alla contrapposizione fra baroni e contadini, si sostituì quella fra galantuomini e cafoni.

Il colpo di grazia poi a tutto il proletariato rurale, fu assestato definitivamente dall’unificazione d’Italia(che non diverrà mai Unità).

Uno dei primi atti del neonato Regno d’Italia, infatti, fu quello di requisire tutti i terreni, sfruttati da secoli come “usi civici” dai contadini e da i pastori meridionali, per metterli all’asta.

Ovviamente le terre demaniali usurpate o acquistate a prezzi irrisori, finirono nelle mani del solito comitato d’affari formato da ex feudatari e baroni, che prontamente saltarono sul carro del vincitore e divennero tutti “liberali”.

Lo stesso poi avvenne con le leggi di “eversione dell’asse ecclesiastico” del 1866 e del 1867(manomorta), con cui il regime sabaudo abolì monasteri e conventi (in chiave apertamente anticlericale),liquidandone i relativi patrimoni che per legge non potevano mai finire ai contadini, semplicemente perché erano destinati solamente a coloro che avevano crediti con lo stato, e certamente questi non potevano essere i poveri contadini.

Nel corso del tempo la condizione sociale in cui versavano questi poveri cristi, aveva costituito la prima causa del manifestarsi del brigantaggio.

Ma è nel periodo postunitario che il brigantaggio assunse proporzioni impensate, e questo soprattutto per varie cause predisponenti tra le quali ricordiamo per esempio: la delusione dei contadini che capirono che l’azione di Garibaldi mirava più a finalità politiche che sociali; lo scioglimento sconsiderato dell’esercito borbonico; l’introduzione del servizio obbligatorio di leva; l’azione di Francesco II che puntava a cooptare le bande brigantesche per ritornare sul suo trono usurpato.

Insomma un accavallarsi di cause, che fecero piombare il nostro meridione nel caos più totale e misero la maggior parte dei contadini nella condizione di doversi rifugiare sulle montagne per tentare un’ultima resistenza armata contro l’esercito piemontese invasore.

Dopo questa breve premessa sull’origine del brigantaggio postunitario, posso finalmente introdurre l’episodio che vede coinvolto Francis Nevile Reid citato all’inizio di questa relazione.

In un articolo dell’autorevole Times di Londra, in occasione della morte del famoso botanico e letterato di origini scozzesi, trasferitosi a Ravello dopo l’acquisto della villa Rufolo dalla famiglia D’Afflitto nel 1851, si accenna ad un attacco da parte di settanta briganti alla villa dell’uomo, sventato grazie alla soffiata del calzolaio del paese:

“More than once, in the old days, he had a narrow escape from the brigands, who, in the last years of Bomba and after his overthrow, infested the mountains of the Sorrentine peninsular.

Once, as mr Reid, his wife, and her mother were about to sit down to dinner, the village cobbler ran in to tell them that 70 of this scoundrels were assembling in the piazza(in italiano nell’articolo), and that he would be sized on ten minutes. He and the ladies just succeded in sleepping away down a narrow path to Minori, the little seaport 1,000 ft below wre they took boat for Capri, staying there till order was restored. General Pallavicini swept the mountains clear of brigands, and since that time Mr Reid has been able to live and carry on his career of quite beneficience undisturbed.”

Quindi in sintesi, il ricco aristocratico mentre si apprestava a cenare con sua moglie e sua suocera, fu avvertito dal ciabattino del paese, che all’esterno della villa si erano assemblati una settantina di “cosiddetti” briganti che volevano presumibilmente rapirlo.

A questo punto, sempre secondo l’articolo del 1892, i tre riuscirono a scappare per una stretta stradina che conduceva fino a Minori, da dove una barca li condusse a Capri, dove restarono, fino a che il generale Pallavicini non “bonificò” le nostre montagne dai delinquenti e lui potè tornare indisturbato a vivere nella sua amata Ravello.

La prima volta che trovai e lessi questo articolo qualche anno fa, mi incuriosì molto la dinamica dei fatti descritta dal Times, perché lasciava aperti molti dubbi circa l’insolito metodo d’attacco di questi “scoundrels” ed il rocambolesco modo con cui Lord Reid riuscì a scappare.

Mi sembrava assurdo, o almeno inefficace, ai fini di ottenere il rapimento dell’uomo o di rapinare la villa, che briganti del calibro di Gennaro Cretella detto “o Diavulillo,” Pietro Oliva che a Scala chiamavano “Pietro e Lia,” Gennaro Petrucci alias “Chiuppetiello” e probabilmente anche Francesco Vuolo detto “o Vettechese”, si lasciassero sfuggire una preda così facile.

Questi “guerriglieri”, dopo la morte di Antonio Cavallaro di Agerola, fucilato nella piazza di Gragnano il 7 ottobre del 1861, si erano divisi in piccole bande che operavano sulle montagne di Scala,Agerola,Ravello e Gragnano e che all’occorrenza si univano, per difendersi meglio dall’enorme forza messa in campo dallo Stato Unitario per la repressione del brigantaggio.

Questi briganti, come sto cercando di ricostruire attraverso fonti bibliografiche e soprattutto di archivio(archivio storico di Salerno), nel 1862 fecero vivere alla Costiera Amalfitana una vera e propria estate di fuoco.

Il 30 giugno fu invasa Praiano, ma fu subito liberata dal maggiore Reinfeld e dalla legione ungherese. Il 22 luglio, approfittando che la maggior parte della popolazione amalfitana era ad Atrani per la festa della Maddalena, attaccarono Amalfi che era presieduta soltanto da una trentina di legionari. Il generale Reinfeld riuscì eroicamente a difendere la vecchia Repubblica Marinara e mettere in fuga i briganti, che lasciarono sul campo nove morti e un trentina di feriti.

Tra l’altro, “l’eroismo” di Reinfeld gli fruttò anche la cittadinanza onoraria, il patriziato di Amalfi e una medaglia commemorativa.

Il 4 settembre i “guerriglieri” si rifecero vivi a Ravello dove avvenne, con molta probabilità, l’episodio citato dal Times (sto cercando di incrociare atti documentali dell’epoca per ricostruire con dovizia di particolari questo avvenimento).

L’anno si chiuse poi con gli attacchi, nell’ordine, di Conca dei Marini, Positano e Furore.

Ma ritornando allo strano caso di Ravello, mi chiedo come sia stato possibile che “delinquenti” così smaliziati ed esperti in rapimenti ed estorsioni, si siano lasciati buggerare da un inglesotto qualunque.

Questi erano personaggi che avevano fatto parlare di se per gesta ben più eclatanti e complicate, come per esempio il rapimento del marchese Stanislao Del Tufo sulla strada che va da Amalfi ad Agerola, che nonostante era scortato da un plotone di guardie nazionali, fu rapito e poi rilasciato dietro pagamento di una forte somma; o come la razzia operata sullo Scrajo, tra Castellammare e Sorrento dove, oltre a rubare ai passeggeri delle carrozze che passavano, anelli, collane, orologi eccetera, furono presi in ostaggio un ufficiale della guardia nazionale e due capitani della Marina Mercantile, il cui riscatto fruttò al “Vettechese” e agli altri la somma stratosferica per l’epoca di 23.700 lire.

Sulle teste di questi personaggi pendevano taglie molto alte, ma nonostante questo erano imprendibili.

Per fare solo un esempio, “Pietro e Lia” di Scala fu ferito per ben cinque volte ma non fu mai catturato.

Il sindaco di Vico Equense, don Cesare Aiello, fece sapere che avrebbe pagato una somma di 5.000 lire a chiunque avesse consegnato o dato notizie utili su di lui, ma l’appello non fu accolto da nessuno.

Lo smacco più grande alle forze dell’ordine ed ai militari che cercavano di catturarlo però, “Pietro e Lia”, lo diede in occasione del matrimonio della figlia nel 1867, che sposò un commerciante di Gragnano, mai implicato in affari briganteschi o di malavita. A questa lui donò per dote, la bella somma di 4.225 lire in monete d’oro, che la polizia tentò di sequestrare senza riuscirci, perché il giudice non concesse l’autorizzazione.

Questi poliziotti, ben sapendo che l’imprendibile capo brigante per nulla al mondo si sarebbe perso il matrimonio della figlia, si infiltrarono in borghese sia al rito nunziale in chiesa, che al banchetto, ma non riuscirono ad individuarlo.

Dato che è certo che partecipò all’evento, l’ipotesi che si fece all’epoca dei fatti, fu o che si fosse travestito alla perfezione o che avesse fatto circolare soldi per corrompere le forze dell’ordine in modo che non lo disturbassero.

Pietro Oliva fu l’ultimo brigante dei Monti Lattari; Morì nel 1871 per mano di qualcuno che lo tradì e gli sparò alle spalle.

Ora secondo quanto sto ricostruendo attraverso documenti giudiziari di quel periodo, sembra proprio che sia Pietro Oliva che Gennaro Cretella (o diavulillo) erano presenti il 4 settembre del 1862 davanti alla villa Rufolo ad organizzare la rivolta contro il liberale e massone Francis Nevile Reid.

Quella sera, integrando alle fonti scritte sopra citate, anche fonti orali raccolte da persone anziane di Ravello, dopo che il calzolaio del paese andò ad avvertire i coniugi Reid dell’imminente attacco, furono mandati fuori dalla villa alcuni servitori che portarono delle botti di vino all’esterno, per dar da bere ed ubriacare i rivoltosi e prendere tempo per far fuggire lo scozzese.

Mi è stato anche detto che, dato che il lord era in condizione di salute molto precarie, fu portato in spalla fin giù a Minori da un certo “Peppino o viecchio”, nonno del conosciutissimo avvocato Salvatore Sammarco di Ravello, da molti anni trasferitosi a Londra.

Secondo testimonianze processuali rilasciate da persone presenti in quella piazza, i briganti ubriachi ebbero anche la sfrontatezza di partecipare ai festeggiamenti che in quel giorno si tenevano in onore di San Bonaventura,

A questo punto della relazione, vorrei analizzare quello che successe in quel 4 settembre del 1862 ponendovi e ponendomi alcune domande a cui, per ora, non sono in grado di rispondere:

 

 

Erano quei “brigands” dei semplici delinquenti, o erano poveri contadini e pastori che cercavano un po’ di giustizia sociale dopo che avevano visto gli effetti di questa finta Unità?

E’ possibile che settanta pericolosi briganti scegliessero il giorno di San Bonaventura, giorno di festeggiamenti a Ravello, per rapire o rapinare l’uomo più influente del paese?

Avendo la massoneria e L’Inghilterra un ruolo di primissimo piano nell’unificazione italiana, e Francis Nevile Reid era massone e inglese, non è possibile che quei rivoltosi attaccassero la sua villa e quella di altri liberali ravellesi, perché rivendicavano la legittimità del trono di Francesco II, o molto più prosaicamente, si lamentavano degli abusi di potere da parte del lord scozzese?

Non dimentichiamoci che costui fu anche denunciato nel 1869 da un nutrito gruppo di ravellesi, che lamentavano uno scarso apporto idrico alla fontana della piazza Vescovado, unica fonte di approvvigionamento, per molti secoli, di molti cittadini ravellesi, perché dopo i lavori, a spese del facoltoso aristocratico all’acquedotto del canale Sambucano, molta acqua fu deviata per rifornire i giardini e il palazzo Rufolo.

Nessuna sentenza fu favorevole ai ricorrenti e l’acquedotto fu tenuto dal Reid fino al 1874, anno in cui consegnò le chiavi al comune. Ancora oggi noi ravellesi conosciamo quell’acquedotto come “l’acqua o ngreso”, l’acqua dell’inglese.

Non dimentichiamo neanche che quest’uomo, in quel periodo, doveva essere molto più che un sindaco nel nostro paese se, come afferma il Times, dopo l’acquisto della villa Rufolo:

” he gave employment to underfed and underpaid people; he grdually organized a decent municipality; and in the end, a few years ago, he succeded in getting the excellent carriage road made to Amalfi, thus opening up the district and immensely incresaing its chance of prosperity.

Così non solo diede lavoro a persone malnutrite e sottopagate, non solo facilitò e finanziò la strada rotabile per Amalfi, ma addirittura organizzò gradualmente una decente “municipalità.”

Ma a Ravello noi avevamo già una amministrazione comunale con un sindaco ed una giunta che venivano, non eletti, ma scelti da una lista di eleggibili.

Cosa significa allora che Francis Nevile Reid organizzò anche una municipalità nel nostro paese? Forse che eravamo talmente “arretrati e barbari” che non riuscivamo neanche a selezionare otto persone che potessero amministrare il nostro paese?

Sempre il Times:

“In those days the hill country of the kingdom of Naples was about the most backward and barbarous part of Italy; and Mr. Reid set himself to introduce some kind of civilization into his commune and neighbourhood.”

Tra l’altro, da un documento fornitomi gentilmente dal mio amico Salvatore Amato sui sindaci di Ravello dall’unificazione ad oggi, con relativa lista degli eleggibili, ho appurato che nel 1861 gli eleggibili a Ravello erano 105 su una popolazione di 1560 abitanti.

Quindi qualcuno che sapesse leggere e scrivere e avesse un reddito di almeno 12 ducati all’anno, come richiesto dagli intendenti per essere inserito nella lista si poteva raccattare nel nostro “selvaggio” paese.

Perché allora il più importante giornale inglese utilizza questo tono, quasi razzistico, per descrivere gli abitanti di Ravello e più in generale di tutto il Regno delle due Sicilie?

Non voglio certamente negare che dal punto di vista industriale eravamo molto più indietro dell’Inghilterra, dove la rivoluzione industriale era partita circa un secolo prima, e dove la produzione di oggetti in serie era più che doppia rispetto a qualsiasi altro paese al mondo, ma da un punto di vista sociale non potevano certo darci lezioni.

Da noi sicuramente i bambini non venivano schiavizzati e costretti a lavorare per dodici ore al giorno, come spazzacamini o nelle miniere, a partire dai quattro anni di età. Questo invece nella perfida Albione era all’ordine del giorno, come ci conferma lo storico e giornalista contemporaneo John Lawrence Hamman nel suo libro «the town labour» affermando che:

“durante la prima fase della rivoluzione industriale l’impiego di bambini su vasta scala divenne la più importante caratteristica sociale della vita inglese”.

Per non parlare poi dell’enorme produzione letteraria, da Victor Hugo a Charles Dickens, che ci conferma, se ce ne fosse bisogno, le condizioni di vita aberranti in cui vivevano questi bambini.

In realtà per capire le ragioni profonde di questa spocchia anglosassone, dobbiamo contestualizzare storicamente gli avvenimenti di cui stiamo parlando e introdurre un elemento cruciale per la comprensione non solo degli avvenimenti ravellesi, ma dell’intero Risorgimento: La massoneria.

Per definizione, associazione in parte segreta di persone legate da comuni interessi, la massoneria ha sempre accompagnato la storia dell’Inghilterra, paese in cui venne ufficialmente alla luce, nella sua accezione moderna, il 24 giugno 1717.

Questa associazione ha sempre favorito e promosso, almeno da un punto di vista legale, l’affermarsi di una fratellanza universale attraverso l’evoluzione spirituale dell’essere, brandendo il libero scambio e il capitalismo in generale, come grimaldello per aprire e distruggere quelle monarchie cattoliche e assolutiste, che cercavano di opporsi con politiche protezionistiche alla globalizzazione commerciale dei prodotti inglesi.

Il regno delle due Sicilie, era una di queste monarchie e, nonostante Ferdinando II avesse avviato una politica di industrializzazione molto avanzata che poneva, per distacco, il nostro antico regno al primo posto per impiegati nell’industria fra i sette stati preunitari italiani(leggere l’ottima relazione del professor Giustiniano Rossi per i primati in questo campo), ebbe la sfortuna di trovarsi al centro del Mediterraneo, in una posizione strategica, che commercialmente dava molto fastidio all’impero britannico.

Non dimentichiamoci che la flotta mercantile del nostro antico Regno era la seconda flotta europea dopo l’Inghilterra, e che nel 1859 iniziò anche la costruzione del canale di Suez, che avrebbe permesso di evitare la circumnavigazione dell’Africa per accedere ai ricchi mercati dell’oriente;

Inoltre, questi “esportatori di civiltà d’oltremanica”, da anni avevano il monopolio dello zolfo in Sicilia e, questa regione, produceva da sola più del 90% dello zolfo al mondo.

Quando Ferdinando II tentò, legittimamente, di appaltare l’estrazione di questo prezioso minerale a delle società francesi, il “liberalissimo” governo inglese, prima inviò nel golfo di Napoli parte della sua potente flotta militare minacciando di bombardare la nostra capitale, poi servendosi della massoneria scatenò una violenta campagna mediatica contro il nostro Regno, disseminando la nostra penisola di agenti segreti e massoni che iniziarono un’opera sistematica di delegittimazione delle istituzioni duosiciliane.

Erminio De Biase nel suo «L’Inghilterra contro il regno delle due Sicilie», scrive che:

“(……) uno di questi prezzolati arruffapopoli, il cui compito era quello di favorire la missione di Garibaldi, si chiamava Giacomo Lacaita, ex procuratore della legazione britannica a Napoli, che successivamente, naturalizzato inglese, diverrà Sir James Lacaita, segretario privato prima di Lord Landsdowne e poi dello stesso Gladstone, al tempo delle famose lettere, alla cui stesura collaborò attivamente.Nell’estate del 1860 fece da mediatore presso Lord Russel, per convincerlo a premere su Napoleone III, perché rinunciasse al progetto di impedire con la forza l’attraversamento dello stretto di Messina a Garibaldi.

(…..) Poiché era a Londra, e solo a Londra, che si decideva ogni cosa (all’insegna dell’ormai più che collaudata neutralità nelle vicende italiane), l’intervento del Lacaita( che per i suoi meriti speciali, rientrato in Italia, nel 1876 fu nominato senatore) spianò, in pratica, al generale la strada per Napoli, accelerando il suo passaggio dello stretto.”

Questo “prezzolato arruffapopoli”, era il cognato di Francis Nevile Reid, con il quale condivideva anche l’iscrizione alla stessa loggia massonica, ed il cui figlio ereditò la villa Rufolo perché il Lord scozzese non lasciò eredi, non avendo avuto figli.

E’ altamente probabile quindi, per chiudere il cerchio e ritornare all’argomento principale di questo convegno, che quell’episodio di cui parla il Times e che ho cercato di ricostruire attraverso documenti di archivio e testimonianze orali, non è un episodio di brigantaggio, inteso come atto delinquenziale, ma semplicemente un tentativo di un gruppo di cittadini di ricevere udienza da un personaggio che, in quel momento, nel nostro paese, aveva un potere decisionale paragonabile a quello di un signorotto feudale.

Ma alla fine, cosa fu realmente questo brigantaggio e chi erano questi briganti?

Delinquenti o lealisti, brutali assassini o patrioti, poveri contadini che cercavano terra da coltivare o pericolosi energumeni antropologicamente inferiori come Cesare Lombroso cercò ridicolmente di dimostrare?

La risposta data dalla storiografia ufficiale è quella che tutti conosciamo, perché l’abbiamo studiata sui sacri testi scolastici, dalle elementari fino all’università, e che divenne la matrice dei pregiudizi tra Nord e Sud che si è perpetuata fino ai nostri giorni(basta sentire i cori razzisti che accolgono i tifosi napoletani in tutti gli stadi del nord).

In sintesi, le cause del brigantaggio, vennero riassunte dalla Commissione Parlamentare di inchiesta istituita nel 1863 e presieduta dal deputato Giuseppe Massari, nella miseria delle popolazioni, dovuta ovviamente alla oppressione borbonica, nella particolare conformazione orografica del nostro territorio, nella mancanza di senso morale tipica delle genti meridionali e dal fatto che essere briganti era quasi una tradizione locale.

Queste conclusioni a cui giunse la commissione furono discusse in parlamento in seduta segreta, forse perché questi ignobili personaggi non ebbero nemmeno il coraggio di sostenere queste cretinate (per usare un eufemismo) di fronte alla stampa nazionale e soprattutto internazionale.

Ma la cosa più grave, fu che la relazione Massari produsse la promulgazione della legge Pica, che imponeva lo stato d’assedio e la corte marziale a tutte quelle regioni meridionali anche solo sfiorate dal brigantaggio.

Chiunque fosse solo sospettato di essere un brigante, poteva essere passato per le armi senza alcun processo; chiunque aiutasse o non denunciasse un brigante, compresi madri, mogli e figli era passibile dell’ergastolo; le famiglie di presunti briganti erano condannate al domicilio coatto; ragazzine di appena dieci anni, colpevoli solo di essere figlie di briganti, furono condannate a venti anni di carcere e furono separate dalle madri, anch’esse imprigionate.

Addirittura ci fu un caso di un paese in provincia di Salerno che fu evacuato e sigillato per mesi perché considerato la base di appoggio della banda Scarapecchia.

All’alba della vigilia di natale del 1864, l’esercito e i carabinieri piombarono a Scorzo, una frazione di Sicignano degli Alburni, e armi in pugno costrinsero donne, uomini, vecchi e bambini a raccogliere le cose più necessarie e ad abbandonare le abitazioni.

Dopo un primo esposto al ministro dell’interno che cadde nel vuoto, il 12 febbraio dello stesso anno ci fu un’altra sottoscrizione di 64 cittadini scorzesi che si concludeva così:

“Dal giorno 24 del mese di dicembre stiamo confinati in Zuppino, obbligati dallo stato d’assedio ad abbandonare le nostre abitazioni ed essere gittati a guisa di animali in mezzo ad una strada noi tutti; Se durerà altri pochi giorni oltrechè i nostri negozi anderanno a finire miseri e non si raggiungerà mai lo scopo”.

Ma soltanto dopo la morte di Scarapecchia gli abitanti di Scorzo poterono ritornare nelle loro case.

Ho voluto raccontare quest’ennesimo episodio di crudeltà assoluta nei confronti di una intera popolazione, per dare l’idea di quello che dovettero subire, non i cosiddetti briganti, ma la popolazione civile dei paesi sottoposti alla legge Pica, cittadini che da un momento all’altro si videro invasi da soldati stranieri che non parlavano neanche la loro lingua(il grande patriota Cavour pronunciò il suo primo discorso nel nuovo parlamento italiano in francese e in tutta la sua vita non mise mai piede al di sotto di Firenze) e che commisero nei loro confronti soprusi di ogni genere.

Ma questo mi porterebbe a dilungarmi troppo ed a rubare troppo tempo a chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui.

Chiudo dicendo che riguardo l’episodio di brigantaggio a Ravello citato dal Times, sto raccogliendo documenti e testimonianze per ricostruire l’episodio con dovizia di particolari, perché anche da un episodio apparentemente insignificante, si può arrivare a capire lo spirito del tempo e recuperare un memoria storica, che ci è stata sottratta da una storiografia ideologizzata che ci ha nascosto troppe verità.

*cultore della storia del Risorgimento Italiano e della “Questione meridionale”. Questa ricerca è stata editata dal Comune di Ravello.

Sito di riferimento : https://www.ilvescovado.it/

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