Quando il Piemonte si accaparrò le banche del Borbone.

vranca

Quando una sciabola è più potente di un C/C, come quella volta che il Piemonte si accaparrò le banche del Borbone.

Di Fiore Marro

Caserta 26 marzo 2018

Raccontiamo la storia del Furto Sabaudo, denominato Unità d’Italia, regia di Camillo Benso conte di Cavour, interpreti : Carlo Bombrini, e Giuseppe Garibaldi nel ruolo di L’Utile Idiota. Tema: La storia delle banche e la loro involuzione, dall’unificazione forzata dell’Italia ai giorni nostri.

Svolgimento:

La Banca Nazionale Sarda, che operava nel regno Sabaudo, nel 1859, aveva solo due sedi, una a Genova e una a Torino e cinque filiali tra Alessandria, Cagliari, Cuneo, Nizza e Vercelli. Quell’anno, prima che gli Austriaci fossero battuti dalle forze di Napoleone III, la banca Savojarda portò il capitale sociale a 80.0000.000 per elargire un quinto al padronato lombardo, visto che in termini territoriali e di popolazione era il più vasto degli altri stati italiani di allora.

Dopo l’occupazione pacifica dell’Emilia, della Lombardia, della Romagna, dell’Umbria, delle Marche e di alcune province Laziali, avvenute tra il 1859 e 1860, il direttore Generale Carlo Bombrini aprì succursali in tutte quelle regioni, comprese il Regno delle Due Sicilie. Questo occupato con un’invasione devastante, permise l’istituzione di due sedi a Napoli e Palermo, resistette la Toscana. Bombrini, protetto da Cavour, aprì succursali ad: Ancona, Bergamo, Bologna, Brescia, Como, Messina, Modena, Parma, Perugia, Porto Maurizio ( oggi Imperia) e Ravenna. Nel 1862 s’insediò a Catania, Cremona, Ferrara, Forlì, Pavia, Piacenza, Reggio Calabria e Sassari. Nel 1863 a Bari e Chieti. Nel 1864 a l’Aquila, Catanzaro, Foggia, Lecce e Savona. Nel 1865, in Toscana, dopo che i Fiorentini fecero trasferire la capitale da Torino a Firenze, si aprirono le succursali di Ascoli Piceno, Carrara, Lodi, Macerata, Pesaro, Reggio Emilia, Siracusa, Firenze e Vigevano. Nel 1866 s’insediò a Caltanissetta, Cosenza, Agrigento, Novara, Salerno, Trapani, Teramo.

Nel 1867, conquistato il Veneto, I Savoja comprarono la Banca Veneziana e la trasformarono nella propria sede di Venezia. Questa penetrazione capillare proseguì dopo l’annessione di Roma avvenuta nel 1870. Una Banca privata che possedeva un capitale risicato di 5.000.000 d’oro in cassa, non poteva permettersi economicamente una penetrazione così importante senza l’aiuto dei fucili dei bersaglieri Piemontesi, visto anche i milioni di debiti con la famiglia dei Rothschild e altri banchieri europei. Questa espansione fu fatta sotto il sigillo dello stato Sabaudo ed era indegna per uno stato che si proclamava fondato sulla volontà della nazione e sulla grazia di Dio. Gli storici prezzolati alterano la verità per nascondere le malefatte del sistema sostenuto da Cavour e fanno apparire queste ignobili sopraffazioni che vengono mostrate come un eroico atto di devozione verso la Patria redente. Con questa politica di espansione venne definitivamente chiusa la Cassa di sconto del Regno Duosiciliano, mentre le altre banche del sud vengono ibernate, come il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Lo Stato dei Savoia non era un mercante e quindi non poteva arrischiare il suo buon nome in affari privati e non poteva accettare l’esistenza di una Banca pubblica, perciò bisognava chiuderla. La Banca Nazionale, ex Banca nazionale Sarda, si presentò nel nuovo stato unificato con le sciabole dei conquistatori Tosco – Padani e il suo fondatore Bombrini si precipitò a Napoli per trattare la chiusura del Banco di Napoli, proponendo l’incorporazione dello stesso nella Banca Nazionale. Una Banca privata che impone l’acquisizione di una Banca di emissione pubblica, può permetterselo solo utilizzando le sciabole dei Piemontesi che agì in maniera sporca ed operò contro lo stesso statuto Albertino.

Lo statuto prevedeva l’emissione di carta moneta, soltanto a fronte del deposito di numerario che veniva sempre disatteso. Le uniche Banche in regola in Italia erano il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Questa regola scritta non era stata mai osservata dalle banche private del regno Sabaudo. La toscana, regione dei Bardi e dei Medici, fece entrare la Banca Nazionale, subito dopo il trasferimento della capitale da Torino a Firenze. Infatti, dicono, che i biglietti della banca Toscana erano garantiti dallo Stato, come le fedi di credito erano garantite dal Governo borbonico. Quando la Banca Nazionale entrò sulla scena Italiana era in condizioni fallimentari ma appariva anche perdente per la sue modeste condizioni finanziarie, perchè il modello delle Banche del Regno delle due Sicilie, che disponeva di grosse riserve, era superiore per esperienza del personale e cultura economica. Comunque, dopo la morte di Cavour, lo giurista napoletano Giovanni Mara, definito tra gli utili idioti, alla stregua del nizzardo Garibaldi, voleva creare per tutti gli italiani una specie di tavola rotonda per la creazione di una banca sotto il controllo del padronato di tutte le regioni, teoria in contrasto con i principi di Bombrini. Finalmente il 10 agosto 1893 con legge 449 decisero di costituire la Banca d’Italia unificando 4 Banche: Banca Nazionale del Regno d’Italia, Banca Nazionale Toscana, Banca Toscana di Credito e Banca Romana in liquidazione, gestita da Banca Toscana. Tra gli azionisti anche Bastogi, Balduino, Bombrini.

L’inizio della fine.

Fonte L’invenzione del mezzogiorno una storia finanziaria di Nicola Zitara.

Un pensiero su “Quando il Piemonte si accaparrò le banche del Borbone.

  1. E la storia si è ripetuta,come allora, nel silenzio collettivo da parte della politica e dirigenza napoletana e meridionale tutta, nel 2000,con l’incorporazione del banco di Napoli da parte del s.Paolo di Torino.

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