Antichi mestieri di Napoli N-Z

Nevajola: ‘A nevajola era la venditrice di neve ghiacciata.
Il lavoro di questa figura cominciava in inverno, durante il quale raccoglieva la neve che cadeva sul Vesuvio o sul monte Faito e la riponeva in alcune grotte sotterranee (dette nevere). Successivamente, con la bella stagione, riforniva gli acquafrescai di ghiaccio in modo che questi ultimo potessero mantenere freddi i prodotti che vendevano.

Nucellaro: ‘O nucellaro era il venditore di nocciole.
In origine, questo venditore ambulante era quasi sempre una donna che, di sera, si recava presso le osterie per vendere i proprio prodotti. Col passare del tempo il suo commercio si allargò anche a fave, mandorle e noci che venivano disposti su di un carretto con vari scomparti (vampietto), con il quale ‘o nucellaro si piazzava agli angoli delle strade. A volte, quando noci e nocciole venivano cotte sotto della cenere, venivano chiamate ‘e ciocele.
Attirava i clienti con alcune grida:
“Spassateve ‘o tiempe!” (Passate il tempo divertendovi)
“Nucelle ‘nfurnate, cicere, fave e semmiente ‘nfurnate, accattate!” (Nocciole fortunate, ceci, fave e semi fortunati, Comprate!)
“Tengh’ e nuvelle pe’ chi vo’ rusecà?” (Ho le novelle per chi vuole rosicchiare)
“Hanne fattte ‘o cule russe, ‘o cule russe ‘sti nuvelle!” (Hanno fatto i cuolo rosso, il culo rosso queste novelle)
“Comme so bone, so’ bone tustate!” (Come sono buone, sono buone tostate)

Panzaruttaro: ‘O panzaruttaro era il venditore ambulante di panzarotti.
Sul suo banchetto preparava l’impasto, diviso in piccoli panetti che, all’occorrenza, stendeva e lavorava per realizzare e riempire il panzarotto. Una volta terminata la preparazione, il panzarotto veniva immerso in un recipiente di rame stagnato in cui era posto l’olio bollente.
Sul suo banchetto, inoltre, era possibile trovare anche crocchette di riso, crocchette di patate, pizza fitta, carciofi fritti, ecc…

Passalave: ‘O passalave era un mestiere molto originale che sfruttava le calamità naturali che, ogni tanto, colpivano la città. Il nome, infatti, deriva dalla cosiddetta “Lava dei Vergini”, che era il tradizionale allagamento che, con le prime piogge autunnali colpiva questo quartiere. Naturalmente, anche altre zone della città erano colpite dal fenomeno che, naturalmente, si verificava anche nei quartieri ricchi. Qui, visto che i ceti più ricchi non amavano sporcarsi e bagnarsi, entravano in azione i passalave. Il loro lavoro consisteva nel portare in spalla le persone da un luogo asciutto ad un altro in cambio di un compenso in denaro.

Pasturaro: ‘O pasturaro è colui che costruisce le statue del presepe. Per creare i vari pastori, si avvale di uno stampo in gesso da lui costruito dove viene inizialmente modellata la statuina che, successivamente, viene cotta in un forno a circa 1000°C. Una volta terminato questo processo, la statuina viene fatta raffreddare e, poi, rifinita e dipinta. La maggior parte degli artisti che possiede una propria bottega si trova in via San Gregorio Armeno dove, per tutto l’anno, è possibile acquistare ed ammirare nuove creazioni.
In tempi antichi, con il nome di pasturaro si indicava anche quel venditore ambulante che, in occasione delle festività natalizie, girava per la città con una grossa cesta cercando di rivendere le statuine del presepe acquistate in precedenze nelle botteghe degli artisti.

Patanaro: O patanare era il venditore di patate.
Ogni giorno si aggirava per le strade della città con un sacco a tracolla nel quale trasportava la merce. Successivamente la sua naturale “evoluzione” lo portò a dotarsi di un carretto e, nel periodo giusto, di ampliare il suo commercio ai piselli.
Ancora oggi, non è raro incontrare questa figura lungo le strade o vicino ai mercati.
Di solito, atttirava i clienti con le seguenti grida:
“Patane a ‘nu chile tre sorde” (patate a tre soldi al chilo)
“Patane janche e grosse” (patate bianche e grosse)
“Patane, me parene muzzarelle” (patate, mi sembrano mozzarelle)
“Tenghe ‘e Patane p’ ‘e panzarotte” (Traduz. = ho le patate per i panzarotti)
“Acalate ‘o panare! Gente, gè…! Cinque chile ‘e patane ‘na lira!” (Abbassate il paniere, gente! Cinque chili di patate a una lira).

Paternostraro: ‘O paternostaro era colui che fabbricava e vendeva le corone del Rosario, bucando ed infilando uno ad uno i semi di carrube di cui un tempo erano composte.

Pertusara: ‘A pertusara era un’artigiana specializzata nella realizzazione di occhielli. Deve il suo nome alla parola perutuso, che in napoletano vuol dire “buco”.

Perzianaro: ‘O perzianaro era il venditore di persiane, che a Napoli erano delle tendine costituite da paglia molto fitta che assicuravano riparo dal sole e, negli appartamenti al piano terra, un riparo da occhi indiscreti.
Infatti, attirava clienti con slogan quali “S’è ‘nfucato ‘o sola, ‘na bona perziana” o “Teng’ ‘a perziana bona pe’ ffa ‘ammore”.

Pettenessaro: ‘O pettenessaro era il venditore di pettini.
Questo venditore ambulante girava per i vicoli della città con una grossa cesta nella quale trasportava pettini di ogni materiale (i più pregiati erano di corno, di tartaruga, di avorio, mentre quelli più economici erano di metallo) e forma (da quelli a denti molto larghi a quelli con denti molto stretti a seconda delle esigenze). Oltre ai pettini, il suo commercio prevedeva la vendita anche di bigodini.

Pezzaro: O pezzaro era un ambulante che girava per le strade della città per raccogliere vecchi stracci inutilizzabili, residui di stoffe, abiti ormai dismessi, calzini vecchi, ecc…
Era sempre accompagnato dal suo carretto dove riponeva gli oggetti raccolti e, in cambio, regalava qualche tazzina, qualche piatto o qualche giocattolino per i bambini, ma tutto di bassissima qualità. Gli stracci raccolti venivano portati e venduti ad aziende che recuperavano i tessuti e li utilizzavano per produrre materiale di vario genere. A volte, ‘o pezzaro raccoglieva anche metalli, come ferro, rame e ottone, o oggetti vecchi che rivendeva ai vari mercatini della zona.
Arrivava al grido: “‘O pezzaroooo! E’ arrivato ‘o pezzaro. Levateve ‘a munnezza ‘a dint’ ‘a casa. ‘O pezzarooo!!! (Il pezzaro! E’ arrivato il pezzaro. Toglietevi la spazzatura dalla casa. Il pezzaro!!!)

Pesciavinnolo: ‘O pisciavinnolo era il venditore di pesce.
Di solito, si trattava di un pescatore che vendeva il pesce appena pescato per le strade della città o al mercato. Alcuni, possedevano anche un proprio banchetto dove il pesce veniva tenuto al fresco grazie all’acqua conservata nelle cosiddette mummare, anfore di terracotta nelle quali l’acqua riusciva a rimanere fresca a lungo.

Polizzastivale: ‘O polizzastivale era il lucidascarpe.
Si metteva agli angoli delle strade con il suo banchetto sul cui poggiava le scarpe di chi aveva bisogno di una lucidata e, in pochi istanti, rendeva le scarpe così luccicanti che sembravano quasi nuove. Aveva sempre con sé tutti gli attrezzi del mestiere, spazzole e unguenti di ogni tipo che utilizzava con perizia a seconda del tipo di scarpa che gli veniva portata.

Puparo: ‘O puparo era colui che preparava e rappresentava il teatro dei pupi. Questa tradizione, che sembra nata prima a Napoli e poi esportata in Sicilia, parte nel XVIII con alcuni ambulanti che montavano la struttura per l’esibizione in una piazza o in un “vascio” (appartamento al piano terra). Successivamente, nel XIX, grazie al grande successo che avevano i loro spettacoli, i pupari riuscirono a trovare anche un luogo fisso in cui esibirsi, cioè il teatro Stella Cerere alla Marina.
I pupi napoletani, alti poco più di un metro, rappresentano figure mitologiche come Rinaldo, Orlando, cavalieri e dame, ma anche persone comuni come carabinieri e briganti. Il puparo si posizionava su di un ponte che sovrastava la scena, dal quale ne comandava i movimenti.

Purmunaro: ‘O purmunaro (o purmunnaro) era il venditore di frattaglie che venivano utilizzate come mangime per i gatti.

Purpajuolo: ‘O purpajuolo era il venditore di polipo.
Di solito i polipi erano serviti bolliti in brodo molto caldo che, soprattutto d’inverno, era apprezzato ed utilizzato per scaldarsi. Naturalmente, non sempre il pesce con cui veniva preparato questo brodo di polipo era fresco, e così, alcuni dei clienti del venditori si trovavano costretti a passare la notte con fortissimi mal di pancia che, a volte, li portava direttamente in ospedale.

Puzzaro: ‘O puzzaro era colui che, periodicamente, puliva i pozzi e i cunicoli del sistema idrico cittadino.
Lavorava assicurandosi a delle funi, con le quali realizzava un’imbragatura calandosi all’interno delle cavità per ripulirle dai detriti che si accumulavano nel tempo.

Rammariello: ‘O rammariello era un ambulante che girava per le case cercando di vendere biancheria intima o per la casa e tutto ciò che serviva per mettere insieme un corredo da sposa di buona qualità. Particolarità del rammarielloè che concedeva anche pagamenti rateali, passando a riscuotere il dovuto mese dopo mese.
Il suo nome deriva dal fatto che, inizialmente, il rammariello vendeva, aggiustava e produceva utensili di rame (pentole, padelle, ecc…); successivamente però, una volta che questo fu sostituito dall’alluminio, si vide costretto a cambiare business per dedicarsi a quello della biancheria. Il nome fu poi mantenuto anche negli anni successivi, anche da tutti coloro che si avvicinavano al mestiere per la prima volta e non avevano fatto i “ramai”.

Ricuttaro: ‘O ricuttaro era il venditore di ricotta.
Di solito era un contadino che girava di casa in casa per piazzare la sua merce.

Riggiularo: ‘O riggiularo era il produttore, venditore e installatore di mattonelle che, tradizionalmente, erano in cotto e di colore rossastro.

Rimpagliatrice: ‘A rimpagliatrice era la rimagliatrice.
A lei si ricorreva nel caso si dovevano far riparare delle calze, soprattutto se da donna. Per il suo lavoro utilizzava uno strumento di forma cilindrica su cui faceva scorrere le calze per individuare facilmente le smagliature che, con grande precisione, sistemava applicando dei piccolissimi punti. Riusciva a sistemare con destrezza calze di ogni tipo, da quelle a rete o di seta a quelle meno preziose di cotone.
Con l’avvento del nailon e delle calze a basso costo, il mestiere della rimpagliatrice è lentamente scomparso.

Sanguettaro: ‘O sanguettaro era un barbiere che aveva anche il compito di utilizzare le sanguisughe, un tempo ritenute utili in caso di polmoniti, ictus e trombi. Conservava gli animali in alcuni barattoli che portava a casa del malato che aveva bisogno del suo intervento e le applicava sul suo corpo per il salasso.

Sanzaro: ‘O sanzaro era un mediatore, solitamente specializzato negli affitti delle case, ma, in alcuni casi riusciva anche a procurare dei matrimoni o appuntamenti. In questo caso indossava un capo d’abbigliamento distintivo, cioè delle calze rosse.

Sapunaro: O sapunaro era un venditore ambulante che girava per i vicoli della città alla ricerca di barattare il suo sapone con delle cianfrusaglie vecchie. Accettava di tutto, dagli abiti smessi alle stoviglie, dagli stracci alle scarpe vecchie, mentre il sapone che vendeva era di alta qualità, visto che veniva prodotto dai monaci Olivetani che erano ospiti del Monastero accanto alla Chiesa di Santa Maria di Oliveto, oggi nota con il nome di Sant’Anna dei Lombardi. A volte, se lo scambio non era conveniente, il baratto veniva accantonato per lasciare spazio al pagamento in denaro.
‘O sapunaro, trasportava il sapone all’interno di recipienti di terracotta a forma di tronco di cono, dette ‘e scarfaree, che, insieme alle cianfrusaglie che raccoglieva, trasportava su di un carretto. Col passare del tempo, il suo commerciò si espanse e, oltre al sapone, cominciò a proporre anche piatti e stoviglie, tanto che venne chiamato anche piattaro (cioè colui che vende piatti e stoviglie).
Di solito, si annunciava alla folla con il grido “Robba ausata, scarpe vecchie, simme lente, stamme ccà! Bona ge’! Aprite ‘e ‘rrecchie, sapunaro, sapunà’!” (Roba usata, scarpe vecchie, siamo lenti, siamo qua! Brava gente! Aprite le orecchie, saponaro, saponà’).

Scapillata: ‘E scapillate erano quelle donne che, in occasione di un lutto, venivano ingaggiate per andare al capezzale del defunto per pregare, piangere o addirittura inscenare atti di dolore e disperazione come fossero parenti o cari amici. Lo stesso veniva fatto al funerale, quando queste donne accompagnavano il corteo funebre ponendosi davanti al feretro.

Scistaiuolo: O scistajuolo era il venditore di petrolio (detto scisto o cisto) che veniva utilizzato soprattutto per le lampade, soppiantando in questa funzione l’olio, ma anche per lucidare i pavimenti delle case dei nobili o come tintura per capelli. Inizialmente, questo nuovo prodotto non fu ben accolto dai consumatori che non ne apprezzavano il cattivo odore rispetto all’olio utilizzato in precedenza; per questo motivo, la parola “cisto” divenne, in ogni contesta della vita di tutti i giorni, sinonimo di qualcosa di cattivo, dal cibo alle persone. Naturalmente, con l’avvento dell’elettricità e di prodotti chimici più raffinati, la figura dello Scistajuolo andò via via scomparendo, se non in qualche raro caso in cui il petrolio veniva utlizzato per oliare le tapparelle o le serrande di case e/o negozi.

Sciurara: ‘A sciurara era la venditrice di fiori.
Erano delle venditrici ambulanti che erano solite appostarsi nelle strade dei quartieri altolocati, vicino ai teatri o nei parchi per intercettare le coppiette, ma approfittavano anche di cerimonie come funerali o matrimoni per fornire i propri servigi. Attiravano la clientela con grida quali “Campanielle! Margaretelle! Viole belle! Viole belle!”.

Secaturnese: ‘O secaturnese era colui che, illegalmente, limava le monte di metallo.
Questa operazione di “tosatura” avveniva con una lima. La polvere ricavata veniva raccolta in un sacchetto e la moneta spesa, sperando che chi la riceveva la accettasse lo stesso o non si accorgesse della falsificazione. Così, una volta raggiunta una buona quantità di polvere di metallo, questa veniva fusa per ricavarne alcuni piccoli lingotti che venivano venduti. Le monete più colpite erano quello di metallo e d’argento, molto più raramente quelle d’oro, ma solo perché era difficile che questo conio arrivasse nelle mani dei ceti più poveri. Inizialmente, il fenomeno della tosatura era limitato e il secaturnese stava molto attento ad effettuarla in modo quasi impercettibile. Agli inizi del seicento, però, la crescente miseria in cui versava il popolo amplificò notevolmente il fenomeno, costringendo il governo Spagnolo a rivedere i tassi di cambio e a porre fuori corso alcune monete.

Semmentaro: ‘O semmentaro era il venditore di semi di zucca.
Lo si poteva trovare agli angoli delle strade o in occasione di sagre e feste paesane con il suo banchetto, sul quale tostava e vendeva i semi.

Sensale ‘e vino: O sensale ‘e vino era (ma è possibile che in alcune zone agricole della Campania esista ancora) il mediatore tra il vignajuolo e il cantiniere durante la trattativa di vendita del vino. Il suo compito era quello di far raggiungere un accordo gradito ad entrambe le parti e, a lavoro concluso, tratteneva per sé una percentuale del valore della merce oggetto della compravendita.

Serengara: ‘A serengara era l’esperta di iniezioni.
Veniva ingaggiata in caso di necessità e veniva pagata con una cifra che dipendeva dal numero di interventi, ma anche dalla sua bravura nel non calcare troppo la mano. Prima di procedere con l’iniezione, la serengarafaceva bollire ago e siringa per disinfettarli, ma le condizioni igieniche degli strumenti, che venivano riutilizzati più volte, erano comunque molto approssimative.

Sermataro: ‘O sermatoro era il venditore di verdura e ortaggi.
In origine, era detto padulano, poiché era originario della pianura intorno a Napoli dove le verdure venivano coltivate in modo simile a quello delle paludi vicino a Parigi. Si svegliava di buonora e, con il suo carico di prodotti della terra, si avviava verso la città con un carretto trainato da un asino. Solitamente, il padulano chiudeva la merce in una grossa sacca di paglia intrecciata, detta sarma, da cui prese definitivamente il nome di sermataro.

Solachianiello:O solachianiello era il ciabattino.
Il suo mestiere era quello di riparare le scarpe e, oltre ai “fortunati” che disponevano di un luogo fisso, girava per la città con i suoi attrezzi alla ricerchi di chi avesse bisogno dei suoi servigi. Il suo lavoro era molto apprezzato soprattutto perché si recava ad effettuare le riparazioni a domicilio e perché, specie per le persone povere, non ci si poteva permettere l’acquisto di più scarpe che, quindi, andavano riparate finche si poteva. Tra le tecniche usate dal solachianielli c’era quella di applicare delle mezze lune di metallo, dette puntette alle estremità delle scarpe in modo da renderle più solide e durevoli.

Spicajola: ‘A spicajola era la venditrice di pannocchie.
Una volta raccolte le spighe in campagna, le cuoceva e le rivendeva. La pannocchia poteva essere arrostita su di una piastra rovente, oppure bollita in un grande pentolone di rame.

Spurtellaro: ‘O spurtellaro era l’artigiano che fabbricava e vendeva ceste.
L’attività cominciava con la raccolta del legno di castagno nei mesi di settembre e ottobre che, diviso in fasci, veniva portato in paese per essere lavorato. Poi lo si divideva a seconda della dimensione in relazione alla grandezza della cesta o dei manici da realizzare. Successivamente, il legno veniva posto in alcune caldaie per essere riscaldato e, dopo essere stato liberato dalla corteccia, lo si tagliava in sottili strisce pronte per essere abilmente intrecciate dallo spurtellaro. Una volta pronte, le ceste venivano sistemate su un carretto e vendute in città.
Tra i prodotti più richiesti c’erano ‘o panaro, un cesto rotondo con un unico manico in alto utilizzato dalle massaie per trasportare lo stretto necessario, “‘a sporta”, di forma rettangolare e molto ampio utilizzato soprattutto dagli ambulanti per contenere la frutta e la verdura che si vendeva al mercato, e “‘o ventaglio”, utilizzato per ravvivare il fuoco.

Stagnaro: ‘O stagnaro era il riparatore di oggetti di rame, soprattutto pentole.
Girava per i vicoli della città con una piccola fornace nella quale fondeva lo stagno che utilizzava per tappare i buchi nel rame in modo da non lasciare l’ossido, altamente tossico, a contatto con i cibi. Inoltre, era anche in grado di rimediare ad ammaccature e di sostituire manici rotti.
Di solito, ‘o stagnaro era un artigiano che, nei momenti in cui la propria bottega aveva meno clienti del solito, girava per la città in cerca di nuovo lavoro per assicurarsi preziosi guadagni. Portava con sé un martello, dei chiodi, delle forbici, delle tenaglie, un’incudine e, naturalmente, delle barrette di rame che fondeva con l’acido muriatico.
Quando gli veniva portato un recipiente da riparare, la prima operazione era quella di eliminare le ammaccature che venivano livellate poggiando l’oggetto sull’incudine e battendolo con il martello. I chiodi servivano per rinforzare i manici. La stagnatura, invece, avveniva mettendo sul fuoco la pentola portando lo stagno, con l’aiuto dell’acido muriatico, alla sua temperatura di fusione: in questo modo, venivano eliminate le parti rovinate e le si sostituiva con il materiale nuovo.

Suonatore di pianino: Il suonatore di pianino era un ambulante che allietava il pubblico intonando vari motivi musicali. Il pianino, che era una sorta di grande carillon azionato da una manovella, veniva trasportato di un carretto per i vicoli della città. Su di esso, come decorazione, venivano dipinte vedute della città o scritte e disegni di vario genere.

Tavernaro: O tavernaro era l’oste.
Questa figura era molto diffusa nella Napoli di un tempo visto il gran numero di taverne che si potevano incontrare in città.

Tosacavallo: ‘O tosacavallo era un artigiano che aveva la mansione di maniscalco e tolettatore per cavalli.
il suo compito era quello di preparare i ferri, arroventati e lavorati con incudine e martello, ed applicarli all’animale che, fori dalla bottega “attendeva” legato ad un cerchio. Inoltre, al cavallo veniva sistemato il pelo e la criniera, restituendolo così in perfetta forma al proprietario.
Naturalmente, con l’avvento dei motori e delle automobili, questo mestiere ha perso quasi tutta la sua clientela, scomparendo ovunque se non in rari casi eccezionali.

Vammana: ‘A vammana era una tipica figura di quartiere che assisteva le donne partorienti visto che, un tempo, raramente si partoriva in ospedale. A parte rari casi, erano figure molto apprezzate, alle quali tutte le donne si rivolgevano in caso di problemi. Era allo stesso tempo ginecologa e consigliera.

Varrecchiaro: ‘O varrecchiaro era il contadino che trasportava il vino dalle campagne alla città. Il nome deriva da “varrecchia”, cioè “barilotto”.

Vatecaro: O vatecaro era un ambulante che, con il suo carretto, partiva dalle campagne per raggiungere i paesini di montagna per vendervi cereali e legumi

Venditore di acqua zuffregna: I venditori di acqua-zuffregna, in origine donne, cominciarono la loro attività soprattutto nel quartiere di Santa Lucia, dove si trovava una sorgente da cui sgorgava dell’ottima “acqua sulfurea”. Questa veniva versata nelle cosiddette mummarelle, anfore di terracotta nelle quali l’acqua riusciva a conservarsi fresca, che venivano poi trasportate sulla testa o su di un carretto, spesso trainato dal marito o dal figlio. Così, durante il giorno, era possibile incontrare queste venditrici che camminavano per le vie della città vendendo acqua fresca a chiunque ne avesse desiderio. Alla sera invece, si dedicavano al rifornimento dei chioschi degli acquafrescai e, in alcuni casi, portavano l’acqua anche ad alcuni alberghi e alle case dei più ricchi.
Nell’immaginario popolare, le donne di Santa Lucia sono state sempre descritte come belle e prosperose, quindi anche le venditrici di acqua-zuffregna vengono spesso ricordate come avvenenti e affascinanti. In seguito, però, visto il grande successo riscosso dall’acqua napoletana, il lavoro si trasformò definitivamente, perdendo un po’ di quella poesia a cui era stato sempre legato, soprattutto per la presenza femminile di cui abbiamo parlato. La voce giunse anche in periferia e nuovi venditori arrivavano anche da Caserta e dalle città limitrofe, mentre da ambulante, il lavoro cominciò a stabilizzarsi all’interno di un chiosco dove era più facile dotarsi di accessori come ghiaccio, sciroppi e spremute per commercializzare ancora di più il prodotto. Il mestiere scomparve del tutto quando, a seguito dell’epidemia di colera che colpì la città nei primi anni Settanta del XX secolo, le fonti cittadine furono chiuse per motivi sanitari.

Venditore di fichi d’india: Il enditore di fichi d’india (che in napoletano sono chiamati ficurinie) era un ambulante che, oltre al normale commercio di acquisto al pezzo, aveva escogitato un metodo “divertente” associato al commercio di questi frutti. Infatti, i fichi d’india erano riposti in un grosso sacco dal quale, il compratore-scommettitore, doveva cercare di tirarli fuori. Il tutto utilizzando un coltellino attaccato ad una fune, con il quale si doveva cercare si infilzare un frutto ed estrarlo dal sacco. Ogni tentativo costava pochi centesimi e, in caso di successo, si vinceva il diritto a mangiare il fico d’india estratto.

Venditore di finocchietti: Il venditore di finocchietti finocchietti era un ambulate che commerciava “finocchietti”, termine napoletano che indica dei giunchi della lunghezza di circa un metro utilizzati come battitappeti e battipanni.

Venditore di frutta secca: Il venditore di frutta secca e semi abbrustoliti girava per le vie della città con il suo carretto, nel quale aveva uno scomparto utilizzato per tostare nocciole, arachidi e altra frutta secca e un’intera area espositiva nella quale, divisi in scomparti, venivano poste le noccioline, i pistacchi, le fave, i ceci, i semi di zucca, le nocciole, ma, a volte, anche liquirizia e cocco. Il tutto veniva coperto con un telo trasparente per tenero lontani polvere e insetti.
Solitamente, stazionava agli angoli delle strade e attirava residenti e passanti con il grido “‘O fummo… ‘o fummo” (Il fumo… il fumo, stando ad indicare il fumo che usciva dal suo carretto durante la tostatura della suoi prodotti.

Il venditore di ‘o Pulecenella dint’ ‘o cuppetiello era un ambulante che girava per la città vendendo un cono di cartone sul quale veniva incollata della carta da regalo, dal quale usciva una testa di Pulcinella in terra cotta. Questa era attaccata ad un fil di ferro, con il quale era possibile muoverla su e giù mentre si suonava una trombetta, anch’essa applicata sullo stesso cono. Questo gioco era molto ricercato dai bambini degli anni ’50 e ’60 che si divertivano per ore ad utilizzare o vedere utilizzare questo particolarissimo giocattolo.

venditore di panino e ricotta era un ambulante che arrivava dalla campagna e, in un cesto, trasportava panini e ricotta freschi, attirando le folle al grido “Panino e ricotta!”.

O vermicellaro era il venditore ambulante di vermicelli e di altra pasta realizzata con farina di grano.

‘O vrennajuolo era il venditore di mangimi per cavalli.
Il suo lavoro era molto richiesto visto che in tempi antichi, fino all’invenzione del motore e alla produzione di automobili, questo animale era il mezzo di trasporto più diffuso. Nel suo negozio si poteva trovare orzo, fieno, carrube e la cosiddetta vrenna, cioè la crusca.

O zampugnaro era il suonatore di zampogna, strumento che, a differenza della cornamusa, è dotata di più canne sonore.
Girava per le città esclusivamente nel mese di dicembre suonando il suo strumento e sperando nelle generose offerte dei passanti. Nelle campagne, invece, la zampogna era utilizzata anche in altre occasioni durante l’anno, come feste, processioni, balli, ecc…

O zarellare (o zagarellaro) era il merciaio.
Di solito disponeva di una piccola bottega o di un carretto ambulante e il suo commercio prevedeva la vendita di “qualsiasi cosa”, dalle caramelle ai giocattoli, dagli articoli per la casa a quelli per i vestiti. Ed è proprio da quest’ultimo settore che prende il nome questo mestiere visto che le donne accorrevano da lui per comprare nastri, stringhe, spilli, bottoni e stoffe, insieme di accessori che in dialetto prendeva il nome di zagarelle. Col tempo, poi, la sua merce si arricchì e ci si poteva rifornire di scope, secchi, stracci, caramelle, alcool, insetticidi, alcool, ovatta e addirittura siringhe per le iniezioni.

O zeppularo era il venditore di zeppole o di altra frittura. La sua presenza si intensificava soprattutto durante il giorno di San Giuseppe, durante il quale la tradizione impone di mangiarne guarnite con crema e amarene. Oltre alle zeppole, sul banchetto venivano preparate altre pietanze, rigorosamente fritte, come panzerotti, crocchette di riso, pasta crisciuta, melanzane, fiori di zucca, ecc…
‘O zeppularo attirava i clienti con grida quali “Zeppola, ze’”, “Io tengo ‘a patanella e ‘o sciore”, “’o panzarotto e ‘o sciore”, o “è liggiero ‘o panzarotto, t’ ‘o magne ê sette e ‘o cache all’otte”.

O zingaro creava oggetti di metallo e li vendeva girando per i vicoli della città.
Dopo aver reso incandescente il metallo, lo modellava con pinze, incudine e martello creando pentole, bracieri, piccoli utensili, ma soprattutto portafortuna di vario genere che destavano sempre la curiosità di qualche cliente.

‘O zufolaro era il venditore di strumenti musicali, ricavati intagliando delle canne, detti appunto “zufoli”. Ne aveva di tutte le dimensioni e girava la città suonando le sue creazioni per attirare i clienti, soprattutto i bambini che erano affascinati dalla musica che emettevano.

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