40 ANNI FA – Il colera nel sud dell’Italia. Una storia meridionale

coleraNon solo Borboni e piemontesi, non solo stragi di fucile, il Sud A? stato vittima nell’ultimo secolo e mezzo di immani tragedie che sommate hanno posto in ginocchio questa parte dItalia a noi tanto cara.

La cronaca che segue, tratta da www.portadimare.it, racconta uno di questi episodi che in poco tempo mise in ginocchio l’intera Campania in una calda estate di 40 anni fa, pochi la ricordano, tanti l’hanno voluta cancellare dalla memoria.

Nel 1973 Napoli vive in una situazione di atavica miseria e arretratezza. Le condizioni igieniche della cittAi?? partenopea sono disastrose, la speculazione edilizia A? irrefrenabile, la mortalitAi?? infantile sensibilmente piA? alta di quella delle cittAi?? del nord e l’aspettativa di vita decisamente inferiore.
Racconta il fotografo Mimmo Jodice: ‘io scattai centinaia di foto di un edificio in abbandono di Torre del Greco dove vivevano decine di famiglie in condizioni da Terzo Mondo.

La cittAi??, inoltre, sta attraversando un momento particolarmente difficile; soffre per la stretta economica che attanaglia l’intero Paese a causa della crisi petrolifera. Le misure di contenimento dei prezzi, che al Nord rassicurano le piazze, al Sud scatenano la corsa all’accaparramento; nel mese di luglio un modesto rincaro della farina aveva provocato la serrata dei panificatori nell’intera provincia: il 17 luglio si erano verificati i primi assalti ai forni, e ci era voluta una settimana perchAi?? cessasse la rivolta. E’ in questo contesto che Napoli affronta l’emergenza dell’epidemia.

Nell’agosto del 1973 alcune donne vengono ricoverate a Torre del Greco. La diagnosi A? gastroenterite acuta. Ma dopo poche ore i risultati degli esamiAi??battereologiciAi??sono chiari: si tratta di colera. La notizia rimbalza in un lampo sulle prime pagine dei giornali. La cittAi?? sembra ripiombare di colpo in un’altra epoca e inizia la caccia al colpevole. Chi sono gli untori? Sul banco degli accusati salgono gli allevatori di cozze. Si dice siano loro a diffondere il morbo smerciando frutti di mare coltivati in acque inquinate, lAi?? dove la cittAi?? scarica i suoi veleni.
Una vera e propriaAi??taskAi??force viene allestita per distruggere i vivai di mitili del Golfo. Il controllo dei mitili non A? un compito facile: in tutta la provincia le cozze di provenienza sconosciuta si vendono a tutti gli incroci. Sono il cibo dei poveri.
Nel frattempo l’ospedale Cotugno,Ai??specializzato nella cura delle malattie infettive – si intasa di centinaia di presunti casi di colera. Ma quando si tratta di cercare l’origine della malattia, il vibrione viene trovato solo nei corpi degli ammalati. Nessuna traccia nelle acque inquinate del mare di Napoli nAi?? tantomeno nelle cozze del golfo.
AlfonsoAi??Zarone, medico legale, perito incaricato dal tribunale di effettuare le analisi per scoprire dove siAi??nascondesseAi??il vibrione, racconta ‘all’epoca si accettava una concentrazione di 4Ai??colibatteriAi??per grammo di cozza. Io dovettiAi??costatareAi??che nelle cozze napoletane iAi??colibatteriAi??per grammo di cozza erano 400.000! La cosa paradossale era che le cozze erano un concentrato tale diAi??colibatteri, a causa dell’inquinamento del mare da impedire di sopravvivere allo stesso vibrione del colera. Insomma il colera c’era, ma il famigerato vibrione non fu mai trovato.
Nella giunta di Napoli maggioranza e opposizione fanno fronte comune contro un unico comune: il colera. Vengono varate le prime misure: controlli della rete idrica disinfestazione di edifici pubblici, acquisto di antibiotici e vaccini.
Nel giro di sette giorni un milione di napoletani vengono vaccinati; si tratta della piA? grande operazione di profilassi dopo la fine della guerra.
La folla preme contro i cancelli per avere notizie dai reparti di isolamento. I medici usano un megafono per fornire notizie ai parenti dei ricoverati. Scatta la psicosi di massa; la piccola FrancescaAi??Noviello, di appena diciotto mesi, A? tra le prime vittime del colera. Tutta la famigliaAi??NovielloAi??viene messa al bando nel proprio quartiere, San Giorgio a Cremano, e il parroco celebra i funerali della piccola con la mascherina sul viso per la paura del contagio.
Quando in cittAi?? si conta l’ottavo morto iniziano i disordini: montagne di rifiuti vengono incendiate a Bagnoli e aCapodichino, diverse farmacie vengono assaltate a Ercolano, e inizia in molti quartieri una guerriglia urbana a cui la polizia risponde con i lacrimogeni . Si sparge la voce che contro il colera funzioni un vecchio antidoto, il succo di limone, e nel giro di pochi giorni gli agrumi si vendono a peso d’oro.
Nel frattempo il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, va in visita a Pisa dove alcuni studenti contestatori gli augurarono di fare la stessa fine dei suoi concittadini. Leone, da buon napoletano, reagisce contro gli iettatori facendo le corna, addirittura con entrambe le mani.
Racconta PaoloAi??CirinoAi??Pomicino: ‘io allora ero assessore ai cimiteri. Si disse che avessi fatto nascondere centinaia di corpi per nascondere la gravitAi?? dell’epidemia. Tutto falso naturalmente. I morti ci furono, ma pochi, mentre la cittAi?? resistette con calma all’emergenza. Basti ricordare le ordinate file per la vaccinazione di massa?. Secondo Paolo Mieli, allora giovane giornalista dell’espresso, inviato nel capoluogo campano a seguire gli sviluppi dell’epidemia, ci fuAi??un’enfatizzazioneAi??della realtAi?? napoletana. ‘fui mandato a raccontare una cittAi?? allo sbando, invece i napoletani reagivano con calma all’epidemia del colera. Mi ricordo per esempio di file ordinate per le vaccinazioni di massa.
Ma il colera a Napoli diventa anche una situazione al centro dell’interesse internazionale; il caso di un bambino di due anni ricoverato per sospetto colera al CotugnoAi??diventa un affare diplomatico dopo l’accusa della biologa inglese,Ai??JuneAi??ChambersAi??che, una volta dimessa dal Cotugno dove era stata ricoverata, pubblica sul quotidiano TimesAi??il diario delle sue giornate napoletaneAi??definendoleAi??”da incubo” eAi??denunciandoAi??l’abbandonoAi??in cui era stato lasciato, nel suo stesso reparto, un bambino di due anni.
MariaAi??RosariaAi??Sciamanna: ‘quel bambino era proprio mio figlio. Quando tornA? a casa non faceva altro che piangere. Non capivamo perchAi??. Quando lessi le dichiarazioni dellaAi??Chambers, e mi resi conto che parlava di mio figlio, ci spiegammo come era stato possibile che un bambino di due anni in uno sola settimana fosse stato ridotto cosAi???. L’immagine di Napoli subisce un duro colpo, e anche quando, tre mesi dopo lo scoppio dell’epidemia, l’organizzazione Mondiale della SanitAi?? dichiara terminata l’emergenza colera, i pregiudizi su una cittAi?? vittima del malgoverno e dell’arretratezza fanno fatica ad essere superati.

 

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