Le industrie nel regno delle Due Sicilie : Mongiana

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Busto di Ferdinando II forgiato dalla fonderia di Mongiana.

 

Le industrie nel regno delle Due Sicilie : Mongiana

Di Fiore Marro

Caserta 28 novembre 2018

Il regno delle Due Sicilie è stato bollato dagli scrittori prezzolati risorgimentalisti come retrogrado e oscurantista, eppure, mai come in quel periodo, il territorio che oggi viene inteso come Mezzogiorno ha avuto un periodo molto lungo (126 anni) di primati e di scoperte, di iniziative sociali (San Leucio di Caserta) e di organizzazione di lavoro specializzato (Pietrarsa nei pressi di Portici).

Quello che mai nessuno ha però sottolineato, specie di questi scribacchini al soldo prima del savoia e poi di quelli che si sono susseguiti, è stata l’idea di Stato che i Borbone avevano, cioè che provarono a migliorare tutte le sacche del Regno, non solo come accade adesso, dove c’è una nazione divisa in due, una che vive nel benessere, nella tranquillità del lavoro, lontano dalle problematiche dell’emigrazione e l’altra che funge da colonia interna, dissanguandosi e perdendo spazi vitali, vedendo i suoi figli emigrare, e subendo l’onta dei banditi che agiscono sul territorio grazie a un governo assente.

Basta indicare la Calabria di oggi e confrontarla con quella del periodo borbonico, che è passata da provincia industrializzata a regione più povera dell’Europa occidentale.

Industrializzata tipo Mongiana, sulle Serre vibonesi, che fu centro rinomato per le sue officine siderurgiche all’avanguardia in Europa proprio durante l’epoca borbonica.

La recente tragedia del ponte Morandi a Genova mi ha riportato alla mente altri due ponti di cui ho tratteggiato la storia in un precedente itinerario: due magnifici esempi di architettura industriale, orgoglio del Regno delle Due Sicilie, realizzati per conto dei Borbone dall’ingegnere di origini lucane Luigi Giura (1795-1852), uno sul fiume Garigliano (fu il primo ponte sospeso a catenaria di ferro d’Italia, e il secondo d’Europa, dopo la Gran Bretagna), l’altro nel Sannio, sul fiume Calore. Due ponti all’avanguardia per i loro tempi sotto l’aspetto tecnico-costruttivo, che all’eleganza univano la sicurezza. E sicuri si dimostrarono malgrado lo scetticismo degli stessi ministri borbonici e le catastrofiche previsioni sia dei francesi, che avevano visto crollare il loro ponte pensile in ferro sulla Senna, sia degli inglesi, costretti a chiudere per difetti di stabilità un’opera analoga a Londra.

All’epoca, la flessibilità della lega ferrosa usata era il vero e talvolta insormontabile problema, che rendeva tali manufatti oscillanti ai grossi pesi e al forte vento. Luigi Giura riuscì a risolvere questo problema, soprattutto grazie al fatto che fu appoggiato da Ferdinando II, così che il geniale ingegnere, che, per aumentare la resistenza del ferro dolce da utilizzare, fece produrre una lega al nichel; e le travi così composte furono rinforzate con trafilamento mediante un congegno di sua invenzione. Questo duplice trattamento, chimico e meccanico, conferì al materiale caratteristiche di resistenza alla corrosione e all’invecchiamento impensabili per quei tempi. Inaugurati rispettivamente nel 1832 e nel 1835, i due ponti gemelli resistettero bravamente fino al 1943, quando vennero fatti saltare con le mine dai tedeschi in risalita verso il Nord. Oggi entrambi sono stati ricostruiti, ma solo quello sul Garigliano è identico all’originale.

Quanto al luogo che rese possibili queste meraviglie dell’ingegneria, fu possibile grazie ai siti delle Serre calabresi dove sovrabbondavano gli elementi indispensabili alla produzione del ferro: il legno dei boschi, le acque dei torrenti e ben trentacinque miniere tra cui alcune note fin dai tempi della Magna Grecia. Qui, nel 1768, sotto il regno di Ferdinando IV di Borbone e in aggiunta a quelle di Stilo, sorsero le Reali ferriere ed officine di Mongiana, entrate a regime dieci anni dopo quale impianto base per la produzione di materiali e semilavorati ferrosi da rifinire sia in loco, sia presso l’altro polo siderurgico di Pietrarsa, presso Portici. Attorno ad esse si costituì un villaggio di oltre mille abitanti con alloggi per operai, artigiani e dirigenti, con presidio militare, chiesa e cimitero; villaggio divenuto comune autonomo con regio decreto del 1852.

Il complesso era adibito prevalentemente alla produzione bellica (cannoni, munizioni e fucili – il famoso fucile da fanteria modello “Mongiana”), ma attivo anche nel campo navale e civile: è il caso appunto dei componenti metallici per i due ponti citati. Qui si fabbricarono utensili, si coniarono monete, si produsse ghisa di qualità che non temeva confronti con quella prodotta in Inghilterra. Da qui uscirono anche le rotaie della prima tratta ferroviaria italiana Napoli-Portici (1839).

Tra i primati assoluti per l’epoca, le ferriere di Mongiana potevano vantare il ridotto numero di ore lavorative (otto in miniera e dieci in fonderia), l’esclusione dal lavoro di donne e minori, un illuminato decreto di tutela del patrimonio boschivo che assicurava l’equilibrio tra consumo di legname e riproduzione arborea spontanea.

Potenziate e costantemente migliorate con le più moderne tecnologie importate nel Regno dai vari distretti minerari e siderurgici d’Europa, furono motivo di crescita e sviluppo per l’intera zona, arrivando nel 1860 a dare lavoro a circa 1500 operai. Purtroppo, travolte dalle vicende legate al processo di unificazione politica della Penisola, furono messe in secondo piano dal governo sabaudo che privilegiò le sue industrie, molto meno sviluppate, del Nord. Rapido, quindi, fu il declino dell’opificio calabro, fino alla cessazione delle attività e alla vendita degli stabilimenti nel 1874, con gravissime ripercussioni sull’economia locale. Per sopravvivere, gli operai specializzati mongianesi dovettero emigrare al Nord.

Oggi, ironia malevola della sorte vuole che la piazza principale del comune di Mongiana è intitolata a un Garibaldi, ma non al manigoldo dei Due Mondi ma bensì a un tale Garibaldi di nome Canzio.

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