Quel piroscafo sparito nella nebbia “caprese”

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Medaglia commemorativa del traditore Agesilao Milano

 

Quel  piroscafo sparito nella nebbia “caprese”

Storia senza ritegno degli scrittori salariati del risorgimento italiota.

Di Fiore Marro

Caserta 23 novembre 2018

Sono molteplici i misteri e i silenzi riguardo agli eventi del cosiddetto risorgimento (e mantengo la minuscola a indicarne il necessario, oggi più che mai, ridimensionamento storico). Non si sono mai approfondite le vicende abuliche, come per esempio il ferimento di Ferdinando II da parte di un soldato (Agesilao Milano) che stranamente si trovava al servizio di guardia; l’unica certezza fu quella di Garibaldi che entrato a Napoli nel 1860, tra i primi provvedimenti che adotto fu quello di riconoscere un vitalizio mensile di 30 ducati alla madre ed una dote di 2000 ducati alle sorelle di Milano.

Per non parlare di quel che accadde in Sicilia con taluni prezzolati ufficiali borbonici, o ancora del tradimento del console francese Saint Just fautore della cattura di Josè Borjes in Abruzzo. Faccende sottaciute da quella massa di scribacchini che Gramsci considerava in questo modo: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.

Il risorgimento italiano andrebbe riscritto non tanto per fare giustizia alle offese arrecate all’esercito borbonico e alle popolazioni duosiciliane ma per la condotta scorretta che i pennivendoli apologetici e gli scrittori agiografici ne hanno fatto di quel periodo.

Tra questi, Cesare Abba, Giuseppe Bandi e Ippolito Nievo. Quest’ultimo si comportava dal punto di vista etico come le “tre scimmiette” e fece una fine tremenda. Nato a Padova il 30 novembre 1831, considerato poeta, scrittore Italiano del “nostro” risorgimento, occupò la carica di vice intendente di Garibaldi e si impossessò di tutta la documentazione amministrativa dello sbarco dei mille (altra minuscola voluta) in Sicilia e della cui morte, ancora oggi, gli storici ne stanno cercando di chiarire gli avvenimenti che ne portarono artatamente alla sua morte. La notte del 4 marzo 1861, al largo di Capri, il piroscafo Ercole, su cui Nievo viaggiava con sessantotto uomini, sprofonda nel mar Tirreno, sommergendo tutto e tutti, compresa la documentazione integrale delle finanze garibaldine. Il piroscafo era partito da Palermo per raggiungere Napoli e successivamente diretto a Genova per poi dirigersi a Torino. Nievo non raggiunse mai la destinazione finale perché sia a Torino che a Londra non avevano nessun interesse a ricevere quella documentazione scottante. Nievo non aveva ascoltato i suggerimenti del console tedesco Hennequin che gli aveva sconsigliato di intraprendere quel viaggio. Inoltre, la notizia del naufragio in cui persero la vita Nievo e la sua ciurma fu data molto tempo dopo l’accaduto, quando fu certa e irrecuperabile la perdita del piroscafo e di quello che conteneva. All’eroe dei due mondi, inoltre, fece comodo la scomparsa della documentazione perché così fu a lui facile ricattare il governo Sabaudo, che avrebbe avuto buon gioco per relegarlo, in esilio, sull’isola di Caprera. Isola che Garibaldi aveva già acquistato, per metà, nel 1852 dal proprietario Inglese Collins, con i denari dell’eredità per la morte del fratello Felice e con i proventi del commercio di schiavi cinesi. L’altra metà, invece, gli era stata donata nel 1865 dalla vedova dell’inglese Collins di lui innamorata e che per questo accettò una somma quasi simbolica. L’esilio volontario a Caprera fu integrato dal governo di sinistra De Pretis di cui faceva parte lo stesso Garibaldi. Nel 1876 gli venne concessa una pensione di 100.000 lire annui più gli arretrati a partire dall’anno 1860. Alla morte di Garibaldi, avvenuta nel 1882, venne inoltre concesso un vitalizio di 10.000 lire ciascuno all’ultima moglie e ai suoi 2 figli, di cui l’ultima, Clelia, è morta nel 1954.

Chiaramente i nostri uomini del risorgimento Italiano, e nostri liberatori, non sono morti di stenti o di fame ma i loro sacrifici, sono stati ricompensati degnamente dai nostri maledetti governanti, anche con onorificenze alla memoria. Mentre per i Borbone che regnarono per il regno delle Due Sicilie e non sul regno delle Due Sicilie, abbiamo riservato disprezzo e maledizione come per tutti i nostri combattenti in difesa del regno Borbonico, che abbiamo definito “briganti”, non abbiamo riservato altro che indegna sepoltura. Perché molti insepolti si trovano esposti al museo Lombroso di Torino.

E’ questa Italia sensibile ad ogni grido di dolore che si eleva da qualsiasi direzione, non tiene conto di questo meridione massacrato, incolto, ignorante che colonizzato cerca un appiglio per sollevarsi, mentre continua ad essere bistrattato e deriso da un nord insensibile alla pietà umana e si dichiara a voce non razzista ma apertamente dominatore.

Comunque non c’è più spazio per uno sterile revanscismo e per il più devitalizzante vittimismo ideologico costruito su recriminazione e autocommiserazione prestanti il fianco ai più semplicistici rimproveri di nostalgismo di cui nessun meridionale fiero e proattivo dovrebbe macchiarsi.

Tutta la nostra riflessione dovrebbe rivolgersi al futuro affinché sia migliore del presente e questo si può ottenere solo comprendendo il passato e i suoi insegnamenti.

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