Il Regno di Sicilia, i due Regni di Sicilia, il Regno delle Due Sicilie

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Mario Bellotti

 

Il Regno di Sicilia, i due Regni di Sicilia, il Regno delle Due Sicilie

Di  * Mario Bellotti

Milano 17 ottobre 2018

La storia del Meridione d’Italia prima dell’annessione al Regno di Sardegna nel 1860 e dell’immediata proclamazione del Regno d’Italia, ci parla di un percorso lungo e ricco di vicende cruciali, insieme grandiose e tragiche, che beneficia di un’istituzione politica prestigiosa e senza termini di paragone nella Penisola, pur ricca di piccoli ma magnifici Stati come le Repubbliche di Venezia e di Genova e i Ducati di Milano e di Toscana (quest’ultimo dal Cinquecento promosso a Granducato), giusto per citare i più importanti.

La fondazione del Regno di Sicilia nel XII secolo riunisce tutti i ducati e i principati medievali di antica origine greca e italica, poi integrati nel grande Impero Romano, durante il quale avviene l’Evento chiave della storia umana – la vita di Gesù di Nazareth detto il Cristo – che porterà alla fondazione della Chiesa in Europa; in seguito soggetti marginalmente alle incursioni barbariche.

A differenza di tutta l’Europa a nord di Roma, per il Meridione preunitario l’Alto Medioevo è un periodo decisamente meno cupo e più ricco di scambi culturali e commerciali soprattutto con l’Impero romano d’Oriente, nella cui orbita gravita, ma anche dall’VIII secolo con la sponda arabo-islamica del Mediterraneo.

Nell’anno Mille però i territori che furono la Magna Grecia vengono rapidamente integrati nella nascente Europa Occidentale: la Puglia e la Sicilia infatti diventano naturali piattaforme di partenza per i Crociati verso la Terrasanta e ai Normanni, popolo nordico gagliardo e fedele al papa, va riconosciuto il merito di fondare due tra le monarchie cristiane più antiche e prestigiose d’Europa: una a Nord e vicino alla loro Normandia – il Regno d’Inghilterra – e l’altra nell’estremo Sud – il Regno di Sicilia appunto.

Se gli eroici fratelli Ruggero e Roberto d’Altavilla, che conquistano il prospero emirato siciliano, sono le fondamenta politiche di questo nuovo Stato unitario, il primo sovrano ufficiale sarà il Conte di Sicilia e Duca di Puglia Ruggero II, grazie all’incoronazione del papa Anacleto II (in seguito dichiarato antipapa) il giorno di Natale del 1130.

Dopo nove anni, nei quali il re siciliano completa la fondazione con l’ultima annessione del glorioso plurisecolare Ducato bizantino di Napoli, sarà confermato come uno degli uomini più potenti d’Europa con la definitiva incoronazione da parte del legittimo papa Innocenzo II.

Il Duecento è poi un secolo cruciale per la storia europea e molti degli avvenimenti topici ruotano intorno al Regno siciliano, che sarà per alcuni decenni parte centrale del Sacro Romano Impero grazie al palermitano adottivo re Federico I di Sicilia (invece II come Imperatore), soprannominato dai suoi sbalorditi contemporanei Stupor Mundi: è grazie a lui che tutti i successivi sovrani siciliani e del trono di Napoli potranno fregiarsi del prestigioso titolo simbolico di Re di Gerusalemme.

La Chiesa romana però, a differenza di quella ortodossa, non si rassegna ad un ruolo sottomesso al potere imperiale e riesce a far uccidere il giovanissimo Corradino, imperatore germanico che reclamava di essere il legittimo erede al trono siciliano, ribaltando quindi il Meridione ghibellino (e di conseguenza il resto d’Italia e d’Europa) e trasformandolo in guelfo: infatti lo scettro di capo di questo nuovo partito europeo andrà al fratello di san Luigi re di Francia, re Carlo I d’Angiò, il primo sovrano siciliano che sceglie Napoli come residenza.

Il Regno di Sicilia diventa così il primo e il più prossimo tra gli Stati vassalli di Roma (anche se, per ironia della sorte, il papa dopo pochi anni verrà condotto in cattività ad Avignone), ma l’impatto degli Angioini-Capetingi è destabilizzante e nel 1372, dopo i Vespri e la successiva Guerra dei Novant’anni, si sancisce lo sdoppiamento: la parte continentale o Regnum Siciliae Citra Pharum (al di qua dello Stretto di Messina, guardando dalla prospettiva della capitale Napoli, di cui per semplicità si chiamerà l’intero Stato) sarà il Reame principale, governato dalla prima donna sovrano della storia europea – la regina Giovanna I d’Angiò – e l’insulare Regnum Siciliae Ultra Pharum (anche detto Trinacriae) quello vassallo, governato dalla dinastia aragonese, la quale comincia proprio da Palermo ad allargare con successo il suo raggio d’influenza oltre la penisola iberica.

I decenni convulsi a cavallo tra Due e Trecento vedono comunque i sovrani di Napoli giocare le loro pedine sullo scacchiere politico europeo, in particolare in Ungheria, ed esercitare una forte influenza nel governo della Chiesa. E ad inizio del Quattrocento è re Ladislao I d’Angiò-Durazzo, con la potenza di un esercito ormai temibile, a sfiorare il successo nel progetto di unificazione politica della Penisola, dopo il fallito tentativo di Federico di Svevia, ma la campagna militare si interrompe in Toscana per la sua prematura morte.

Con gli Aragonesi, che vincono la guerra di successione napoletana, i due Regni di Sicilia ritrovano, a metà del Quattrocento, la pace, la prosperità e la temporanea riunificazione con la figura di re Alfonso I “il Magnanimo”, che trasferisce a Napoli la sua corte catalana e la rende così capitale del maggiore regno cristiano nel Mediterraneo, che va da Barcellona ad Atene, contendendo il primato militare con la flotta veneziana, proprio negli anni in cui Costantinopoli cade definitivamente nelle mani dei Turchi ottomani.

In seguito il successore re Ferdinando (o Ferrante) I di Napoli, sarà l’artefice del lavoro di tessitura diplomatica, giocato soprattutto con la sponda degli Sforza a Milano e dei Medici a Firenze, per rendere l’Italia, che a quell’epoca primeggiava in ogni campo, anche unita politicamente e libera dal dominio degli Imperatori germanici nel Centro-Nord.

Ma anche questo tentativo naufraga clamorosamente in un episodio esemplare: l’ambigua e miope politica veneziana e la reazione lenta ed ingiustificabilmente incerta dei principi italiani (dentro e fuori il Regno) al fianco del Re di Napoli di fronte all’orrenda conquista di Otranto da parte dei sanguinari Turchi di Maometto II, che mette in luce tutta la fragilità e inaffidabilità della potenza italiana.

L’onore italiano sarà in parte salvato dopo quasi un secolo con la vittoria di Lepanto, ma è inesorabile che il 1480 segni l’inizio dell’agonia politica di quella straordinaria ma disunita e quindi debole Italia pre-rinascimentale, la quale cesserà così di essere protagonista di quasi tutti i grandi eventi storici successivi (a vantaggio inizialmente della Castiglia, che invece sta portando a termine la “Reconquista”), a partire proprio dalla scoperta del Nuovo Mondo nel 1492, affidata dal papa genovese Innocenzo VIII ai “re cattolici” di Madrid, invece che di Napoli.

I due Regni di Sicilia mantengono comunque il primato politico nella ormai periferica e turbolenta Penisola italiana e Napoli conserva il ruolo di capitale principale: prima subisce il tentativo di conquista da parte di Carlo di Valois (sconfitto dalla Lega Santa voluta dal papato e condotta da Francesco II Gonzaga di Mantova, a cui partecipa un po’ distrattamente anche Ferdinando d’Aragona “il Cattolico”, che prima di essere re consorte di Isabella di Castiglia è il re di Palermo), e in seguito sarà singolarmente illustrata nel 1535 dalla visita dell’imperatore Carlo V d’Asburgo (IV come re di Napoli e II di Sicilia) dopo la conquista di Tunisi, allorché tutti i Signori italiani vi si recano con deferenza a rendergli omaggio.

Il Cinquecento e il Seicento sono secoli di splendore artistico ma di estrema conflittualità religiosa e d’instabilità politica ed economica in tutta Europa e di conseguenza nelle due Sicilie e nel resto d’Italia, che assistono al lungo ed inarrestabile declino di Venezia.

I regnicoli (come vengono chiamati gli Italiani dei due Regni di Sicilia) partecipano, anche se in seconda linea, alle grandi imprese politiche e militari dell’Impero spagnolo, spesso sostenendone un peso fiscale schiacciante (la rivolta di Masaniello nel 1647 suggestiona in tutta Europa il mito della liberazione del popolo dalla tirannide dei Viceré), e adottano ordinatamente la Riforma cattolica del Concilio di Trento.

L’anno 1700 apre il Secolo dei Lumi con il problema della Successione dell’ultimo imperatore spagnolo Carlo “lo Stregato” (V come re di Napoli e III di Sicilia), scatenando ovunque in Europa nuovi focolai di guerra, che nella Penisola portano nel 1734 don Carlo di Borbone, italiano da parte di madre, la Duchessa di Parma Elisabetta Farnese, a conquistare le due corone siciliane (rinunciando alla reggenza delle meno importanti Parma e Firenze).Re Carlo (VII di Napoli e V di Sicilia, ma spesso indicato anche senza numerazione), esemplare figura di sovrano illuminato, rende di nuovo i Regni siciliani formalmente indipendenti dal Sacro Romano Impero (che ha trasferito la capitale da Madrid alla asburgica Vienna, scampata pochi decenni prima dall’assedio turco), e in seguito anche dalla corona spagnola (grazie alla sua successione come Carlo III al trono del fratellastro Ferdinando VI), disponendo una Prammatica che stabilisce la piena autonomia dinastica delle amate Napoli e Palermo da Madrid e lasciando i due troni italiani al giovane figlio Ferdinando (IV come Re di Napoli e III di Sicilia), che diventerà uno dei sovrani più longevi della storia europea.

Il Meridione d’Italia conferma in questo modo di essere il territorio della Penisola maggiormente proiettato politicamente verso l’Europa e Napoli trova un rinnovato splendore, che la farà gareggiare con Parigi e Londra.

L’ultimo passaggio che vogliamo sottolineare di questa straordinaria storia sette volte secolare è il Congresso di Vienna del 1815, che archivia il memorabile e sanguinoso decennio napoleonico e, tra gli altri interventi per stabilizzare politicamente l’Europa, interviene nella Penisola sostanzialmente in tre modi: non restaura la Repubblica di San Marco e ne annette i territori all’Impero, annette la Repubblica di Genova al Regno di Sardegna in funzione di Stato-cuscinetto con la Francia e riunifica i due Regni meridionali di Ferdinando (che diventerà I nella nuova numerazione unificata), utilizzando e italianizzando proprio la formula quattrocentesca di Alfonso I: “Regnum Utriusque Siciliae” ovvero Regno delle Due Sicilie.

In questo modo, esso giocherà il ruolo di potenza regionale nella Penisola ancora per alcuni decenni insieme con Francia, Austria e Inghilterra, reggendo l’impatto di varie rivoluzioni (grazie soprattutto all’abilità e autorevolezza politica di Ferdinando II, che rifiuta la proposta dei liberali nel 1831 di lottare per diventare Re d’Italia, in rispetto all’autonomia papale), ma sarà travolto da quella risorgimentale cavalcata dal re torinese Vittorio Emanuele II.

Questi, dopo aver rifiutato e boicottato per un decennio la soluzione federativa giobertiana con leadership morale del papa e politica del Re napoletano, si indebita enormemente in spese militari e trova il modo di usurpare il trono di Francesco II (ultimo sovrano di Napoli e Palermo, ma sorprendentemente anche l’ultimo autentico erede regale di Casa Savoia da parte di madre, la beata Maria Cristina).

Nonostante la fiera resistenza di massa, il processo di unificazione non arretra negli anni successivi e, per portare a termine la sottomissione culturale, si punisce ignobilmente la storia meridionale, troppo ingombrante nel neonato nord-centrico Regno d’Italia, con la damnatio memoriae: l’attribuzione all’aggettivo “borbonico” del significato di “retrogrado” e l’invenzione di un’inesistente “atavica arretratezza” delle province napolitane e siciliane con relativa necessità di essere salvate dai “fratelli” più evoluti. Ma la principale responsabilità del governo sabaudo di Cavour e dei successivi è quella di mettere in ginocchio il Sud provocando una drammatica e persistente crisi socio-economica, la cosiddetta “questione meridionale”, assieme alla altrettanto importante crisi diplomatica coi Pontefici, chiamata “questione romana”, che impedisce moralmente ai cattolici italiani (ovvero la quasi totalità della popolazione) di partecipare alla vita politica nazionale e sarà risolta solo nel 1929.

(*) Referente Nazionale CDS Area Nord.

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