Intervista per il Roma a Francesco Vaccaro e la sua Stella di Scampia.

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Intervista per il Roma a Francesco Vaccaro e la sua Stella di Scampia.

Di Fiore Marro

Caserta 14 giugno 2018

Ho avuto modo, durante un corso di lingua napoletana (una bellissima intuizione di Davide Brandi), di fare la conoscenza del professore Francesco Vaccaro, cultore della lingua napoletana e di tutto ciò che riguarda la storia del sud italico. Il libro di cui tratta la mia intervista è “La Stella di Scampia” edito nel 2012, una risposta alla negatività di Gomorra . Nato a Napoli nel 1941, dove ha conseguito la Laurea in Economia e Commercio presso l’Università di Napoli, iscritto all’albo dei Dottori Commercialisti di Napoli, del quale tuttora fa parte come Consigliere del Senato, dal 1997 fa funzione di Giudice, Francesco Vaccaro ha insegnato Economia Aziendale fino al 1993, quando si dimise per meglio coltivare interessi letterari ai quali da tempo si dedicava. Opera nella Magistratura tributaria, dal 1996 fino al 2016 assolvendo la funzione di Giudice di Appello, un’esperienza messa anche al servizio dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Napoli facendo da relatore al Corso di Specializzazione per la Formazione del Difensore tributario, organizzato dalla Commissione per il contenzioso. La sua attività letteraria comprende : il racconto breve “Acquisti di Natale” pubblicato su Repubblica del 26 marzo 2006; il racconto-bonsai “L’Escluso”, dove vince il Primo Premio Internazionale Emily Dickinson; “Il labirinto del Silenzio…….Il labirinto delle Parole”, pubblicato nel 1994, conquista il Secondo Premio Emily Dickinson ;Terzo Premio Emily Dickinson per la poesia “Eclissi”. Pubblica nel 2010 il romanzo “La Stella di Scampia” e nel 2012 la commedia in tre atti “Sabato Santo e Pasqua di … Resurrezione”. Nel 2014 vede la luce il romanzo “Io Sara!”. Nel 2014 viene dato alle stampe la sua commedia in due atti “L’arte di Arrangiarsi”. Infine ottiene il Premio Decumani 2017 con il racconto “Il lavoro, croce e delizia”.

D) La Stella di Scampia rappresenta la tua risposta non solo a Gomorra ma pure ad una incompressibile negatività che non ci appartiene, da dove nasce questo splendido progetto letterario?

R) Non sono antagonista di Saviano, anche se questa condizione non mi dispiacerebbe, fosse solo per partecipare al mondo intero ciò a cui universalmente aspira l’animo umano. Comunque “La Stella di Scampia” si contrappone al genere “Gomorra” per il fatto di essere un inno alla speranza per un domani  migliore e più edificante, e non cruda descrizione delle peggiori qualità dell’Uomo.  Il progetto di questo mio romanzo popolare nasce dalla voglia di affermare: da una parte, che senza solidarietà la vita umana non ha senso, e che i fortunati e i più dotati per intelletto e cultura devono spendersi al limite delle forze nell’interesse di chi si trova ai margini della società; dall’altra, che la ricerca esasperata del piacere – deludendo le aspettative altrui – è già di per sé lesiva della dignità umana, ma diventa esecrabile quando poggia su attività delinquenziali o di malaffare.

D) E’ strano scorgere un commercialista con tanta passione per la letteratura e la poesia, quali origini ti spingono a tutto ciò?

R) Professionalmente parlando, la mia unica aspirazione era di insegnare, questo perché pensavo che il contatto con i giovani fosse (e lo è) una finestra sul futuro, a conoscere i loro desideri e il loro modo di intendere la vita; ma, pur da titolare di cattedra, lo stipendio era misero, mentre per l’affitto di una casa appena modesta se ne spendevano i due terzi. Fu dunque solo per necessità che intrapresi l’attività di commercialista, che esercitai con la stessa passione dell’insegnamento, dopo aver sostenuto l’esame di stato, tanto per entrarci dall’ingresso principale, e per verificare ancora una volta quanto valessi.  E vengo alla domanda. A spingermi verso letteratura sono stati l’amore per il bello e il desiderio di levare una voce contro il forte egoismo dilagante, causa di atrocità, ingiustizie sociali e dissidi familiari. Provo a far valere questa voce esprimendomi in tutte le forme letterarie, nella speranza che almeno una traccia arrivi ai cuori e alle menti delle masse, affinché insieme si costruisca un mondo di cui non ci debba vergognare.

D) I corsi di napoletano, a mio parere non sono solo passatempo e folclore, ma pure un riappropriarsi delle nostre profondi radici, cosa ne pensi?

R) Infatti, è così. I corsi di napoletano servono a recuperare le antiche radici di un popolo, perché meglio partecipi alla edificazione del proprio futuro. Ed è un desiderio diffuso e pressante, a considerare il gran numero di iniziative che nascono sul territorio. Spero dunque che non si tratti di fugace moda per pseudo intellettuali o di triste avventure di bottega, bensì di ferma volontà a che la nostra gente si riappropri di un idioma formatosi attraverso secoli di dominazioni straniere e che è il suo naturale habitat culturale. Perché un Uomo è la lingua che parla. E se un Napoletano parla italiano o inglese non sarà mai un uomo di Parthenope.

D) Ricette per un mondo più buono non ci sono, nessuno ha la soluzione in tasca, ma almeno chiedo la tua versione di come possiamo iniziare a renderlo migliore?

R ) Secondo me, possiamo rendere questo mondo migliore dominando la tecnologia, non solo nel senso di imparare ad usarla per bene, cosa che è nell’interesse dell’Uomo, ma soprattutto non divenendone schiavi. Purtroppo l’evidenza fa pensare al contrario, e cioè che l’Uomo rimarrà stritolato dalla tecnologia, a cui si affida ciecamente rimettendoci l’anima, in una sorta di moderno tacito patto col Diavolo. L’Uomo senz’anima rinuncia al bello, perché è incapace di percepirlo, figuriamoci a produrlo, e senza il bello non potrà esserci un mondo migliore. Ma dov’è che sta il bello? Sta, ad esempio: nel nostro prossimo, quel prossimo che sconfigge la solitudine, questa terribile peste moderna; nella natura, con i suoi meravigliosi colori, tutti da difendere, affinché non sbiadiscano; nella letteratura, che aggiunge intensità alla vita mentre ci caliamo in altre esistenze; nel pensiero costruttivo, che è l’essenza vitale ed appagante di ogni individuo. La tecnologia è nemica di tutto ciò, e quant’altro, e per un mondo migliore bisogna prenderla a piccole dosi, altrimenti l’Uomo è destinato ad essere niente.

D) Cosa ci riserbano le tue prossime edizioni?

R) Ho in cantiere un romanzo fantascientifico che parla di un mondo in cui l’Uomo ha perso di identità, il cui recupero si impone per l’intervento di forze aliene. Intanto che questo ambizioso progetto maturi appieno, levo la mia voce contro le ingiustizie sociali scrivendo racconti, l’ultimo dei quali s’intitola “Io, Mansur Abdel Hafez”, un racconto breve che già nel titolo lascia immaginare i contenuti.

D) Napoli , la tua definizione di Napoli, il tuo appello a Napoli? 

R) Per me Napoli è un’affascinante prostituta che mentre dà piacere trasmette la sifilide. Napoli è infatti una città traditrice, che promette molto e delude tanto. Perché è vero che per paesaggio è un meraviglioso dono di Dio, ma i suoi abitanti le infliggono molte piaghe. Spietatamente. Piaghe che offendono i visitatori e torturano a morte i cittadini sensibili.  Il mio appello a Napoli e per Napoli è che i Napoletani, sorretti da una cultura che ne accresca il senso civico e guidati da sapienti amministratori, sappiano trovare la via per ricomporre le piaghe inferte, eliminando anzitutto quella che a volte sembra identificarsi nella voglia di oziare.

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