11 maggio 1860: Garibaldi e i Mille sbarcano a Marsala

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11 maggio 1860: Garibaldi e i Mille sbarcano a Marsala

11 maggio 2018

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Ferdinando Carlo Maria di Borbone, per tutti Ferdinando II, diceva una sacrosanta verità. il suo Regno delle due Sicilie era difeso dall’acqua salata e dall’acqua benedetta. Ovvero dal mare e, nella sua parte settentrionale, dalla presenza dello Stato Pontificio in quel momento protetto dalla Francia. Suo figlio Francesco II, suo successore al trono, non poteva immaginare che l’11 maggio 1860, Giuseppe Garibaldi potesse sbarcare con i Mille a Marsala.

Condizioni favorevoli per il tentativo risorgimentale. Il Regno delle due Sicilie non solo era nelle mani di una persona giovane e senza esperienza, ma nemmeno poteva contare sull’aiuto del Regno Unito, risentito per quello che considerava il mancato rispetto degli accordi sull’esportazione dello zolfo siciliano. Non poteva nemmeno più contare sull’indebolito esercito austriaco, che già in passato aveva permesso di porre fine a moti rivoluzionari nel sud della nostra penisola. Mancava anche l’apporto del Terzo Reggimento Svizzero: dal giugno 1859 il governo a nord delle Alpi aveva deciso che nessuno dei suoi cittadini avrebbe più potuto fare il mercenario all’estero, determinando in tal modo anche il ridimensionamento delle truppe a servizio dei Borbone. Il Regno delle due Sicilie, insomma, era solo.

In più, naturalmente, la questione sociale. Mentre la parte continentale della penisola stava vivendo cambiamenti in rapida successione, con una classe borghese sempre più importante e capitalista, nel sud si viveva quasi in uno stato di servità, aggravato naturalmente dall’ignoranza e dalla povertà. Con la monarchia più impegnata a controllare i cittadini che a dare effettivamente risposte alle necessità del territorio.

Infine la situazione familiare: Maria Teresa, scomparso il marito Ferdinando II, era tutt’altro che intenzionata a farsi da parte affinchè potesse regnare Francesco II. Era la sua matrigna, non sua madre, e l’idea del potere le piaceva parecchio.

Un quadro più che sufficiente per spingere gli insurrezionali sta a richiedere l’intervento di Giuseppe Garibaldi che, tuttavia, nel marzo 1860 dice no: poche le possibilità di successo, secondo lui, per una spedizione nel sud. La situazione cambia quando si inizia a stabilire un lavoro di relazioni con i latifondisti per ottenere il loro appoggio e quando, il 4 aprile, scoppia la rivolta di Palermo, sedata con la fucilazione in piazza di 13 manifestanti.

È la svolta. Inizia tutto il lavoro preparatorio per la spedizione, che riscuote subito ampi consensi. Alla partenza da Quarto, grazie alle somme raccolte dalla Camera di Commercio di Milano e al sostegno del Piemonte, si presentano 1.162 uomini, con una presenza consistente soprattutto di bergamaschi.

Il 7 maggio lo sbarco a Talamone, per caricare le carabine e i cannoni. Il 9 maggio altro stop in Toscana a Porto Santo Stefano. Servivano acqua potabile e carbone. Nell’occasione 65 persone vengono lasciate a piedi. A loro il compito di proseguire via terra per dare il via a un’insurrezione nello Stato Pontificio e costringere i Borbone ad ammassare soldati nei confini settentrionali del Regno. Iniziativa, tuttavia, finita nel nulla. Altri 1.089, alla fine, si dirigono con una strana rotta, per evitare la forte flotta borbonica, verso la Sicilia. Con sbarco a Marsala, quando si scopre che non A? protetta e che la marina inglese lì presente sarà neutrale e non parteciperà agli scontri. Di lì, a breve, il futuro della nostra penisola è destinato a cambiare radicalmente, e le Due Sicilie a subirne il peggiore destino .

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