La minestra è maritata.

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Intervista per il Roma, il libro di Gennaro  Avano.

Di Fiore Marro

Caserta 10 maggio 2018

Gennaro Avano  classe1971, napoletano, insegna al Liceo Artistico Statale di Fermo e ha ricoperto la funzione di referente per le didattiche speciali per gli alunni in situazione di handicap per un decennio. Attualmente riveste l’incarico di amministratore per il comune di Montefiore dell’Aso (AP) ove risiede dal 2005. Artista visivo e musicista, dagli anni Novanta è stato sperimentatore e animatore di numerosi sodalizi artistici e culturali, tra i quali annovera con orgoglio essere stato trai i primi firmatari dei Comitati Due Sicilie, con i quali continua a collaborare. Ha esposto e si è esibito in numerose mostre e performance audiovisive in Italia e all’estero; come saggista e recensore d’arte ha curato i testi di vari cataloghi, tra cui La rete (2011) e La sensibilità della forma (2013) del Maestro Ciro Maddaluno, patrocinato dai Comuni di Fermo, Porto Sant’Elpidio, Monte Vidon Corrado e Provincia di Fermo; e cofirmatario del catalogo La storia muta (2017) di Claudio Cuomo, per la mostra di Palazzo Coveri a Firenze. Da anni impegnato in una ricerca sulla cultura meridionale e sugli sviluppi dei fenomeni artistici nel Meridione ha pubblicato Tracce per una storia delle arti duosiciliane (Vozza 2006) e La minestra è maritata, ritratto storico della gastronomia meridionale (Effepi Libri 2016) che vanta la prefazione di Alfonso Iaccarino. Ed è il libro di cui parliamo.

1) parliamo del tuo lavoro letterario, un libro che attraverso il cibo tratta anche e soprattutto altro?

Innanzitutto mi preme dire che per me il meridionalismo non è una forma di tifoseria, una contrapposizione, quanto la missione di testimoniare una cultura che, benché reduce da una secolare opera di smantellamento,  resta ancora la massima espressione della cultura [voglio essere riduttivo] italiana. Permanendo nei secoli come il possente tempio di Nettuno a Paestum. Ecco, per me quello è il simbolo del Meridione, un gigante cui tutti hanno attentato ma che nessuno è riuscito ad abbattere.  Inutile dire che dopo la vicenda unitaria,  molto di ciò che era espressione dell’identità meridionale fu delegittimato e grandi masse migranti, deprivate di ogni cosa, recavano con se solo i saperi immateriali, tra cui la gastronomia. Essa perciò, all’indomani di questa diaspora, rimase la maggiore espressione dell’identità.

2) La tua Napoli, attraverso gli occhi innamorati di chi non la vive tutti i giorni?

Non ho mai perduto una relazione con la mia città, anche se non vi risiedo da molti anni. A Napoli vivono i miei genitori, i miei fratelli, e ivi conservo carissime amicizie, compresa quella con Alfonso e Livia Iaccarino, i grandi ristoratori cui devo la prefazione del mio saggio “La minestra è maritata”.

3) I tuoi trascorsi identitari oggi, quali propositi, quali prospettive?

Non sento francamente il cammino finora percorso come un “trascorso”. I valori che avverto e il messaggio che tento di esprimere attraverso i saggi, come insegnante e come genitore, sono una costante della mia vita. Anche la mia permanenza lontano da Napoli diventa in quest’ottica una missione: testimoniare la cultura di Napoli e, più ampiamente, del Meridione.  Il pensiero meridiano è, filosoficamente parlando, secondo me, la grande alternativa al “regno dell’utile”, alla società del consumo che ha caratterizzato tutto il mondo occidentale dell’ultimo secolo e mezzo.

4) La nostra collaborazione è nata con la fondazione dei CDS, vale la pena proseguire il cammino intrapreso o ritieni il progetto Comitati Due Sicilie un percorso al capolinea? Diciamo che dopo un decennio il lavoro svolto dai Comitati si è consolidato e si configura come tassello importante nel ricco scenario dell’associazionismo meridionalista. Credo però che molto ci sia da fare, pertanto lo ritengo un percorso che ha una solida ragion d’essere.

5) A distanza di oltre un decennio, quali sono le tue aspettative per un sud migliore?

Io credo, e spero, in una sempre maggiore consapevolezza dell’identità meridionale. Credo che in questa frenetica anomia che colpisce i valori, e l’identità stessa dell’Occidente, il “genio materno meridiano” rappresenti una sorta di tregua. Un immotus instabilis, letteralmente “fermo in movimento”, uno stile di pensiero che, vichianamente parlando, rappresenta una nuova età degli eroi. Una categoria di cui abbiamo oggi gran bisogno. Il Meridione deve però, attraverso una progressiva consapevolezza, pervenire ad una coesione -sotto ogni aspetto- che ancora, ahimè, manca.

6) Il tuo prossimo impegno letterario di cosa tratterà?

Attendo a breve l’uscita di una seconda parte della ricognizione sulla cultura gastronomica meridionale, il lavoro si intitola “La letteratura gastronomica del Meridione d’Italia” e sarà pubblicato dall’editore salentino Besa- Controluce. Sono però già da tempo impegnato su un altro aspetto della cultura meridionale con un lavoro che ha per oggetto il rito misterico e l’esoterismo nella musica meridionale.

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