La SVIMEZ: il federalismo competitivo aumenta i divari regionali

lucalongoFEDERALISMO, SVIMEZ: IN 15 ANNI 0,8% PIL

ALLE AREE DEPRESSE TEDESCHE, 0,3% ALLE ITALIANE

In quindici anni, dal 1995 al 2010, la Germania ha destinato alle aree depresse (i Lander orientali) lo 0,8% medio annuo del Pil, pari a 277 miliardi di euro. Nello stesso periodo

il FAS italiano ha erogato alle aree depresse italiane, soprattutto ma non esclusivamente meridionali, una cifra oltre quattro volte inferiore, 65 miliardi, pari allo 0,3%

medio annuo del Pil.

I tedeschi ci insegnano che per rilanciare la crescita nazionale occorre destinare risorse proprio alle aree depresse, portando avanti strategie di politica economica regionale nell’interesse dello sviluppo generale, e non puntare esclusivamente sulle Regioni più ricche conferendo loro maggiori autonomia di spesa ed entrate.

In questo modo si spacca il Paese.

È quanto emerge dallo studio “Il sistema di perequazione fiscale in Germania e gli effetti sulla riduzione dei divari” di Gaetano Stornaiuolo pubblicato sull’ultimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della SVIMEZ diretto da Riccardo Padovani.

Condotto su dati statistici federali e regionali tedeschi, a oltre vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, lo studio prende in esame i costi dell’unificazione tedesca analizzando gli effetti delle politiche di sviluppo, la tipologia e l’entità dei trasferimenti finanziari erogati per la riduzione dei divari tra Est e Ovest.

La Germania: federalismo cooperativo - La sfida delle istituzioni, si legge nello studio, è combinare l’esigenza di autonomia finanziaria territoriale con il diritto di tutti i cittadini a ricevere servizi pubblici standard adeguati. In un Paese dalla forte tradizione federalista come la Germania, la scelta è stata chiara: le politiche regionali e i trasferimenti finanziari sono stati erogati soprattutto dallo Stato centrale ai Lander orientali nell’interesse dello sviluppo economico dell’intero Paese, “poiché si ritiene che una crescita economica regionale non adeguata possa alla fine minacciare la stabilità di tutta l’economia”.

L’Italia: quale federalismo? - Non così in Italia. Secondo il pensiero prevalente nel dibattito politico in questi ultimi anni il federalismo dovrebbe assumere come modello di finanziamento delle principali funzioni legate allo sviluppo economico delle Regioni un meccanismo di ripartizione delle risorse erariali direttamente proporzionale alla capacità fiscale di ciascuna Regione, a scapito degli obiettivi di equità tra le persone e di solidarietà tra i territori. Secondo questo approccio il federalismo dovrebbe condurre a “ridurre o rinviare le politiche di intervento a favore dello sviluppo delle aree arretrate del Paese” affidando il ruolo di traino nazionale alle Regioni-locomotiva, senza scommettere sul Sud perché “i flussi finanziari sono stati senza ritorni economici”.

Secondo la SVIMEZ ciò che serve, invece, è il coraggio politico di scegliere di ridurre i divari territoriali non solo con trasferimenti a favore dei servizi essenziali, ma anche con interventi a sostegno dello sviluppo proprio nelle aree depresse in ritardo del Mezzogiorno, che possono garantire maggiori potenzialità di crescita non solo al Mezzogiorno stesso ma all’intero Paese.

Il problema sono i meridionali che ancora credono all’Italia unita. Serve solo a una parte del Paese. L’altra, il Sud, deve scegliersi modelli autonomi di sviluppo.

Luca Longo

Vicepresidente Nazionale Comitati Due Sicilie

Ferdinando I di Borbone al giorno d’oggi

Angelika_Kauffmann_Portrait_Ferdinand_IV_VLM<< Fu, perciA?, senza dubbio alcuno, buona politica da parte del Governo delle Due Sicilie mantenere quieti e calmi i cittadini con una politica fiscale oculata e moderata.

I provvedimenti del 1824 e 1825 circa lai??i??aiuto concesso dallo Stato in alcuni rami della produzione con lai??i??imposizione di dazi che ostacolavano o impedivano la concorrenza dei prodotti stranieri sui mercati del Regno, sia di altri strumenti di protezione, come divieti e ostacoli allai??i??esportazione di materie prime che potevano invece essere utilizzate da industrie nazionali, nonchAi?? le facilitazioni e franchigie allai??i??esportazione di materie prime e semi lavorati esteri, premi allai??i??esportazione di prodotti nazionali, dettero notevole impulso ad alcune industrie, quali, ad esempio, quelle della seta in Calabria, le manifatture di lana e di cotone, i cantieri navali, le cartiere, le industrie di colori, di cuoio, di guanti e di cappelli. Continua a leggere

DUE SICILIE: AUTONOMIA, RICCHEZZA PRODOTTA E DISOCCUPAZIONE

Lai??i??autonomia garantita alla Macroregione dallai??i??articolo 116 della Costituzione Italiana

Da una recente statistica emerge che lai??i??ultima provincia in Italia per ricchezza prodotta A? quella di Agrigento, con un valore aggiunto per abitante nel 2006 pari ad ai??i?? 12.399; la prima risulta essere quella di Milano con un valore pari ad ai??i?? 34.184, pertanto la ricchezza prodotta nella provincia di Agrigento A? pari al 36,3% di quella di Milano.
Comunque la classifica per province divide lai??i??Italia in due, le province delle Due Sicilie (insieme alle sarde) occupano tutte le ultime 35 posizioni su un totale di 103 province italiane.
La prima provincia duosiciliana A? Chieti al 67Ai?? posto con ai??i?? 19.066 pari al 55,8% di quella di Milano.
La provincia di Napoli, la Capitale delle Due Sicilie, occupa il 95Ai?? posto (su 103) con una ricchezza prodotta pari ad ai??i?? 13.854 (il 40,5% di quella milanese), quella di Palermo (lai??i??altra piA? antica Capitale) il 90Ai?? con ai??i?? 14.283 (ovvero il 41,8%).
Se analizziamo le percentuali relative alla disoccupazione ovvero il rapporto fra chi A? in cerca di lavoro rispetto alla forza lavoro totale, al primo posto troviamo Belluno con il 2,30%, Palermo A? allai??i??ultimo (su 103 province) con il 18,60%, Napoli al 99Ai?? con il 14,80%.
Agli ultimi 34 posti troviamo solo province duosiciliane (a parte qualche sarda ed un paio di bassolaziali).”,”La prima provincia duosiciliana A? Lai??i??Aquila al 58Ai?? posto con un tasso del 5,80%.
Lai??i??unica strada per uscire da questa drammatica situazione A? richiedere allo Stato italiano ulteriori forme e condizioni di autonomia per poter orientare a favore delle Due Sicilie politiche di sviluppo per i nostri territori.
Bisogna, in definitiva, trasferire ad una futura Macroregione Due Sicilie piA? ampie competenze su vari settori dellai??i??attivitAi?? amministrativa: dalla tutela dellai??i??ambiente a quella dei beni culturali, dallai??i??ordinamento della comunicazione alle infrastrutture, dallai??i??organizzazione sanitaria alla ricerca scientifica e tecnologica a sostegno dellai??i??innovazione per i settori produttivi, dalla programmazione dellai??i??offerta formativa delle UniversitAi?? al complesso sistema delle Casse di risparmio, Casse rurali e Aziende di credito a carattere regionale (ovvero gli Enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale).
Per quanto concerne il credito la Macroregione potrebbe far fronte alle esigenze ed alle peculiaritAi?? del sistema imprenditoriale locale, sfruttando al conoscenza del territorio.
Si dovrebbe poter attribuire maggiore competenza legislativa alla Macroregione per poter adeguare lai??i??istituzione e lai??i??ordinamento delle cosiddette ai???banche regionaliai??? alle esigenze dellai??i??apparato produttivo.
GiAi?? oggi A? possibile attuare tutto questo grazie allai??i??art. 116 della Costituzione che recita in particolare:
ai???Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell”articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all”organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all”articolo 119. La legge A? approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata.ai???
Il terzo comma dellai??i??art. 117 recita:
ai???Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: rapporti internazionali e con l”Unione europea delle Regioni; commercio con l”estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l”autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all”innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell”energia; previdenza complementare e integrativa; armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attivitAi?? culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale. Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestAi?? legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.ai???
La Regione Lombardia sta giAi?? seguendo la strada di una maggiore autonomia grazie a quanto consentito dallai??i??art. 116, non si capisce perchAi?? le Regioni duosiciliane, magari confederate fra di loro nella Macroregione, non possano fare altrettanto.
In particolare il sistema creditizio macroregionale A? fondamentale per poter perseguire uno sviluppo autonomo dal resto del sistema Italia.
Nel 1856 le Due Sicilie erano il terzo Paese al mondo per sviluppo industriale, dopo lai??i??Inghilterra la Francia ed il primo in Italia.
Oggi la nostra economia arranca e si posiziona fra il 36% ed il 56% di quella piA? qualificata del Nord Italia.
Non si puA? piA? continuare cosAi??!
Eai??i?? ora che il popolo duosiciliano si riconosca in un organismo identitario (la Macroregione) e persegua proprie strade di sviluppo in piena autonomia.
La Costituzione Italiana giAi?? oggi garantisce ampie autonomie, A? ora di cominciare a sfruttare questa grandissima opportunitAi??.
Senza perdere ulteriore tempo.

Luca Longo

Svimez: Sud a rischio di desertificazione industriale e segregazione occupazionale

gapOccupata al Sud meno di una giovane donna su 4: la fotografia dell”economia del Mezzogiorno nel rapporto SVIMEZ del 2012.
Un Mezzogiorno a rischio desertificazione industriale, dove i consumi non crescono da 4 anni, lavora ufficialmente meno di una giovane donna su 4 e si A? a rischio segregazione occupazionale. Continua a leggere

IMPRENDITORI DELLai??i??AUTO DUOSICILIANI: DA NICOLA ROMEO A MASSIMO DI RISIO

lucalongoAnche nellai??i??industria dellai??i??auto, una delle piA? competitive al mondo, si fanno largo imprenditori duosiciliani.

Anche nellai??i??industria dellai??i??auto, una delle piA? competitive al mondo con competitors multinazionali di altissimo livello, sono tuttora presenti imprenditori duosiciliani come il molisano Massimo Di Risio fondatore della DR Motor Company di Macchia dai??i??Isernia (IS). Continua a leggere

RAPPORTO SVIMEZ 2008 SULL’ECONOMIA DEL MEZZOGIORNO

Il 18 luglio A? stato presentato il ai???RAPPORTO SVIMEZ 2008 SULLai??i??ECONOMIA DEL MEZZOGIORNOai???. Di seguito si forniscono alcuni stralci di particolare interesse: ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??.ai??? SVIMEZ, IL NON-SISTEMA MEZZOGIORNO, PERIFERIA DELLai??i??EUROPA Nel 2007 il Sud A? cresciuto dello 0,7%, un punto di meno rispetto al Centro-Nord e in calo di 0,4 punti percentuali rispetto allo scorso anno. Il PIL per abitante A? pari a 17.482 euro, il 57,5% del Centro-Nord (30.380 euro), da cui lo separa una differenza di oltre 42 punti percentuali, pari a circa 13mila euro.A livello settoriale si registra nellai??i??area una tenuta del sistema industriale, cui corrisponde perA? un forte rallentamento dei servizi: tra il 2001 e il 2007 il settore nel Mezzogiorno A? cresciuto dello 0,8% contro lai??i??1,7% dellai??i??altra ripartizione; anche nel 2007 ha registrato una crescita pari a un quarto di quelladel Centro-Nord.Due le cause principali del fenomeno: investimenti che rallentano, famiglie che non consumano. Rilevante infatti il rallentamento degli investimenti fissi lordi dellai??i??area (che hanno fatto segnare nel 2007 un timido +0,5% a fronte del + 2,4% dellai??i??anno precedente), che testimonia il peggioramento del clima difiducia delle imprese. Sulla stessa linea la spesa delle famiglie meridionali, ferma al +0,8%, circa la metAi?? di quella del Centro-Nord (+1,5%). Da sette anni la dinamica dei consumi interni A? poco piA? che stagnante (+0,5%), a conferma delle difficoltAi?? delle famiglie meridionali a sostenere il livello di spesa. IL MEZZOGIORNO CRESCE MENO DELLE ALTRE AREE DEBOLI UEIl quadro diventa sconsolante se confrontato con le dinamiche economiche degli altri paesi europei. Dal 2000 al 2007 il tasso di crescita dellai??i??economia meridionale A? stato del 2%, un dato molto lontano da quello spagnolo (+4,9%), irlandese (+5,5%) e greco (+6,2%). In questi paesi sono state proprio le aree deboli, per molti anni ai margini delle direttrici economiche europee, a rilanciare i processi di crescita interni, come ha dimostrato il sorpasso spagnolo. OCCUPAZIONE A CRESCITA ZERO – CONTINUA LA SCOMPARSA DEI DISOCCUPATI ai??i?? IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE REALE AL SUD SAREBBE DI OLTRE IL 28%Come negli scorsi anni, continua il calo dei disoccupati: meno 66mila al Centro-Nord e ben meno 101mila al Sud, con una flessione rispetto allai??i??anno precedente rispettivamente dellai??i??8,6% e addirittura dellai??i??11,2%. Ma non tutti i disoccupati hanno trovato un nuovo lavoro.Nel 2007 infatti il Mezzogiorno ha registrato unai??i??occupazione a crescita zero, a fronte di un aumento dellai??i??1,4% al Centro-Nord (+234mila in valori assoluti). Ma dove sono finiti i 101mila disoccupati meridionali?Una quota consistente ha smesso di cercare unai??i??occupazione. In Campania, ad esempio, nel 2007 i disoccupati sono scesi di oltre 38mila unitAi??, e i nuovi occupati a loro volta sono scesi di 11mila unitAi??. Situazione simile in Calabria (crollo della disoccupazione del 16% – meno 14.600 disoccupati, ma calo degli occupati di oltre 12mila unitAi??), Sicilia (-13mila disoccupati e meno 14mila occupati) e Basilicata, dove i valori si annullano a vicenda (meno 2mila occupati e disoccupati).In altri termini, negli ultimi sei anni al Sud i disoccupati sono scesi di 635mila unitAi??: 285mila hanno trovato un lavoro, 350mila sono ai???scomparsiai???: non cercano nAi?? trovano lavoro. Nel 2007 dunque al Sud gli inoccupati sono aumentati di 147mila unitAi?? (+248mila disoccupati impliciti ai??i?? 109mila disoccupati espliciti).Aggiungendo ai disoccupati ufficiali quelli impliciti il tasso di disoccupazione reale al Sud nel 2007 dallai??i??11% attuale piA? che raddoppierebbe (28%), a fronte del 6,9% del Centro-Nord. FAMIGLIE E LAUREATI A RISCHIO DI POVERTAai??i??Rispetto al 28% del Centro-Nord, piA? della metAi?? delle famiglie monoreddito al Sud risulta esposto al rischio di povertAi??.Nel 2005 il 18% delle famiglie meridionali ha percepito meno di 1.000 euro al mese e il 20% circa ha guadagnato tra 1.000 e 1.500 euro mensili. Con differenze da regione e regione: nel 2005 piA? di una famiglia su 5 in Sicilia ha guadagnato meno di 1.000 euro al mese e nelle altre regioni la percentuale variadal 19 al 17%. Inoltre quasi 14 famiglie su 100 al Sud hanno piA? di tre persone a carico (4,1% al Centro-Nord), con punte del 18% in Campania.Neanche raggiungere un buon livello di istruzione tutela dallai??i??esposizione al rischio povertAi??: si trova in questa situazione il 9,4% dei laureati residenti al Sud. MIGRAZIONI, DAL 1997 IN 600 MILA HANNO LASCIATO IL SUD E IL NUOVO EMIGRANTE Eai??i?? PENDOLARENegli ultimi dieci anni, dal 1997 al 2007, oltre 600mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno per trasferire la residenza al Centro-Nord.Nel 2007 ai 120mila trasferimenti di residenza si aggiungono 150mila pendolari di lungo raggio, che si spostano temporaneamente al Centro-Nord per lavorare. Questi flussi di mobilitAi?? unidirezionale Sud-Nord sono un caso unico in Europa e testimoniano la distanza economica tra le due aree.I nuovi
emigranti sono in larga parte pendolari
: soprattutto maschi, giovani (lai??i??80% ha meno di 45 anni), single o figli che vivono in famiglia, con un titolo di studio medio-alto e che svolgono mansioni di livello elevato nel 50% dei casi, a conferma dellai??i??incapacitAi?? del sistema produttivo meridionale di assorbire manodopera qualifica; alti costi delle abitazioni e contratti a termine spingono a trasferire definitivamente la residenza.Lombardia, Emilia Romagna e Lazio restano le tre regioni preferite dai nuovi emigranti. Le regioni piA? soggette al pendolarismo di lunga distanza verso il Nord sono la Campania (50mila unitAi??), Sicilia (28mila) e Puglia (21mila). IL SUD ANCORA TAGLIATO FUORI DAI FLUSSI DI IDEGli investimenti diretti esteri (IDE) nel 2006 (che in Italia rappresentano appena lai??i??1,8% del PIL contro valori medi nellai??i??UE del 3,7%) sono stati concentrati per appena lo 0,66% al Mezzogiorno, contro il 99,34% del Centro-Nord.PiA? in particolare, A? stata la Lombardia a ricevere il 68,2% degli IDE a livello nazionale, seguita da Piemonte (11,36%), Lazio (7,8%) e Veneto (4,15%), mentre Campania, Puglia e Basilicata restano ferme allo 0,16%, Sardegna a Abruzzo allo 0,06%, Calabria e Sicilia allo 0,02% e il Molise allo 0,01%.Forte il divario anche riguardo alla quota di IDE per abitante: negli anni 2002-2006 lai??i??Italia ha attirato in media solo 253 euro pro capite, contro i 608 della Francia e i 1.200 euro del Regno Unito. Di questi, 241 sono concentrati nel Centro-Nord, mentre al Sud vanno soltanto 12 euro per abitante.Tra i vincoli che penalizzano gli investimenti esteri nellai??i??area la carenza di infrastrutture, la scarsitAi?? di servizi alle imprese (aggravata da una burocrazia inefficiente) e la criminalitAi?? organizzata.In questo senso le aree urbane, ai???in altre aree europee veri motori dello sviluppo, luogo dove si concentrano le funzioni direzionali e innovative, i mercati e le risorse piA? qualificateai??? diventano invece al Sud ai???luoghi di disagio e di svantaggio, dove le donne sono escluse dal mondo del lavoro, le emergenze ambientali e le sperequazioni sociali sono piA? forti. Lo dimostra il caso Napoliai???,dove, al di lAi?? dei rifiuti, ai???A? stata messa a nudo lai??i??inadeguatezza del sistema istituzionale e di governanceai???.Altra forte carenza nel Mezzogiorno A? data dal sistema creditizio locale, che concentra nellai??i??area solo il 17,6% degli sportelli. I Confidi meridionali, chiamati a svolgere un ruolo di primo piano nel sostenere il rilancio del sistema industriale, si trovano perA? in condizione di forte debolezza, con un capitale sociale medio di 470mila euro, meno della metAi?? della media dei Confidi settentrionali, e con un volume di garanzie medio di 8,8 milioni di euro, distante anni luce dai 42 del Nord. CONTINUA IL CALO DELLA SPESA PUBBLICA IN CONTO CAPITALELa quota di spesa pubblica in conto capitale del Mezzogiorno A? passata dal 40,6% del 2001 al 35,3% nel 2007, arrivando cosAi?? al livello piA? basso dal 1998. Tale quota non solo A? ben lontana dallai??i??obiettivo del 45% fissato in fase di programmazione, ma non raggiunge neppure il peso naturale del Mezzogiorno (la media tra la sua quota di popolazione e di territorio) che A? del38% circa. Negli ultimi anni nel Mezzogiorno la spesa ai???aggiuntivaai??? nazionale e comunitaria, data lai??i??esiguitAi?? delle risorse, si A? limitata a compensare le carenze della spesa ordinaria.La quota di risorse ordinarie ha segnato un ulteriore diminuzione, passando da 11,8 a 10,2 miliardi di euro, dal 24,5% del 2006 al 21,4% del 2007.Il livello basso della spesa ordinaria ha ultimamente ridotto lai??i??efficacia delle politiche di coesione nazionale. La dispersione delle risorse aggiuntive in molteplici interventi e la progettazione scoordinata degli stessi, gestita soprattutto dagli enti locali, non hanno prodotto i risultati attesi. INFRASTRUTTUREFatto pari a 100 il valore Italia, riguardo alla dotazione di autostrade il Sud A? fermo al 78,6%, con livelli particolarmente bassi per Molise (37,4) e Basilicata (13,4), fino ad arrivare alla Sardegna, totalmente priva di autostrade.Non va meglio sul fronte delle ferrovie: il 42% delle linee presenti nellai??i??area non sono elettrificate. Sottodotate anche le linee di trasmissione
elettrica e del gas (67,3% dellai??i??Italia), che raggiungono percentuali ancora piA? basse in Basilicata (49,2%), Molise (37,4) e Sardegna (32,2). Fa eccezione la Campania, che registra il 123,1%.Lai??i??indice sintetico di dotazione di reti idriche ferma il Sud al 65,6%, la metAi?? circa del Centro-Nord (135,2). Molise e Basilicata sono totalmente prive di aeroporti; tutti gli aeroporti meridionali hanno collegamenti stradali, ma mancano quelli ferroviari.Particolarmente carente la presenza di strutture intermodali (37,8%) e di magazzini allai??i??interno dei porti, ancora troppo piccoli e orientati soprattutto al traffico passeggeri.
Scarsissima la capacitAi?? di movimentazione dei mezzi per il trasporto merci, che dota il Sud di un indice pari a un centesimo della media nazionale. ai???ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??ai??i??.

I dati su esposti sono chiarissimi e non necessitano di particolari commenti a parte il precisare che nel Mezzogiorno lo Svimez include, oltre alle nostre 7 Regioni, la Sardegna ed, invece, esclude quei territori del Lazio che facevano parte delle Due Sicilie.

Quello che possiamo invece dire A?: come facciamo ad uscire fuori da questa situazione? La risposta A?, come piA? volte ribadito, lai??i??AUTONOMIA da Roma e dal Centro-Nord.Ovvero la creazione di una Macroregione Due Sicilie a Statuto autonomo che attraverso una specifica politica economica basata sulla detassazione dei nuovi investimenti, attiri capitali dallai??i??estero per lo sviluppo delle nostre risorse e per dare lavoro alla nostra gente. Cerchiamo, come duosiciliani, di stringerci tutti attorno a questo progetto e di lavorare, con concordia ed unitAi?? di intenti, affinchAi?? questa ipotesi diventi realtAi??.

Luca Longo